Spes contra Spem 2015: intervento di Ugo De Siervo

 

Una Costituzione per l’uomo

                                    di Ugo De Siervo (nelle foto a seguire)

 1.     Ricordo che quando, ormai molti anni fa, decisi di dedicare un volume di documentazione al  ruolo svolto da Giorgio La Pira nella elaborazione ed adozione della nostra Costituzione (La casa comune. Una costituzione per l’uomo, Cultura ed., Firenze 1979 e 1996), ben pochi ne parlavano e tanto più in termini positivi, mentre venivano invece esaltati i contributi di vari altri costituenti. Il panorama è ormai molto cambiato, tanto che di recente è stato perfino annoverato fra i tre giuristi italiani che più hanno caratterizzato il dibattito costituente.

Ciò forse perché allora esistevano singolari silenzi, equivoci, se non denigrazioni, su di lui e sulla sua opera, mentre lui stesso non si era certo impegnato a ricordare o ad esaltare il contributo dato alla Costituente. E invece non vi è dubbio che La Pira sia stato uno dei primari protagonisti dei confronti costituenti: eletto all’ Assemblea costituente nelle liste di Firenze della D.C., è stato fin dall’inizio componente della  “Commissione dei 75” (la Commissione della Costituente che doveva elaborare il progetto di Costituzione); in quest’ambito è stato uno dei due relatori sui principi fondamentali da porre a base del nuovo patto costituzionale; successivamente è stato uno dei due oratori democristiani nella discussione generale sul progetto di Costituzione nell’ Assemblea plenaria; al termine dei lavori costituenti è stato chiamato immediatamente ad esprimere la propria valutazione sui maggiori  quotidiani e settimanali della sua area politica e culturale.

Ci si deve allora chiedere anzitutto perché mai egli godesse di tale autorevolezza e poi quali siano state le sue fondamentali proposte. Giorgio La Pira nell’agosto 1943, appena due settimane dopo l’arresto di Mussolini e mentre ancora “la guerra  continua” accanto alla Germania nazista, scrive un editoriale su “La Nazione” dal titolo curioso (“Responsabilità del pensiero”) e dal contenuto assai coraggioso in quei giorni tanto tragici. Il giovano professore siciliano vi svolge la tesi che gli uomini di cultura, dinanzi agli evidenti abusi gravissimi perpetrati dal nazi-fascismo ed ai drammatici esiti dei totalitarismi, non possono defilarsi o tirarsi indietro:  “Quali responsabilità per la cultura e gli uomini di cultura: echeggia nel cuore quella invettiva tagliente di Gesù: guai a voi scribi e farisei, guai a voi dottori della legge ! Qui tutti noi che abbiamo, come che sia, compito di insegnamento –dalla cattedra, col giornale, col libro, con la parola orale o scritta- siamo chiamati ad un esame di coscienza leale e severo. Si dice: è stato violato l’ordine giuridico; sono state lese in radice la dignità e la libertà della persona umana; è stata sostituita la forza al diritto; è stata infranta la legge morale e così via; e va benissimo. Ma io mi domando: tutto questo sconvolgimento giuridico e pratico di valori non può forse presentare titoli di scusa richiamandosi ad un precedente e molto diffuso ed onorato sconvolgimento teoretico ? ” . Ugo De Siervo e, a destra, Valerio Torregiani al Secondo incontro Spes contra Spem, del 2-3 Ottobre 2015

Né il discorso si fermava alla denunzia del “tradimento degli intellettuali” nell’affermazione dei totalitarismi, ma si riferiva anche al necessario impegno per la necessaria rifondazione dello Stato, recuperando dalla “tradizione giuridica latina e cristiana” il principio fondamentale che “non la persona per lo Stato, ma lo Stato per la persona e per tutti gli sviluppi naturali e soprannaturali della persona”. Chi allora scriveva non era certo uno sconosciuto ed il suo esplicito impegno anti-totalitario era ben noto, almeno da quando si era operato il suo doloroso distacco polemico nel 1937/8 dagli amici che dirigevano “Il frontespizio”,  proprio su temi come il totalitarismo e le discriminazioni razziali.

Potendo in questa sede soffermarmi solo su pochissimi eventi del periodo bellico, quantomeno occorre riferirsi alla preparazione ed all’edizione di “Principi”, una pubblicazione che esplicitamente voleva cercare di ristabilire i principi di fondo ineliminabili per ogni convivenza politica ed internazionale in un mondo che, invece, ormai a La Pira appariva dominato da discriminazioni, mancanza di libertà, illimitato dominio della forza, classi politiche con a capo “più lupi che pastori”. La Pira riuscì –come ben noto- a far uscire fra il 1939 ed il 1940 dieci numeri di questa coraggiosa rivistina come supplemento a “Vita cristiana”, rivista di “ascetica e mistica” dei domenicani fiorentini, così  sfruttando abilmente le carenze dei controlli di polizia su pubblicazioni del genere. Ed anche quando “la rivistina bimestrale” è fatta chiudere dai fascisti con l’accusa di proporre “principii che vorrebbero essere cattolici, cristiani, e invece sono principii della più bell’acqua liberale e democratica” (in fondo, una bella  sintetica recensione !), le minacciose polemiche contro “i pochi impenitenti santommasi con recidiva”, che osano parlare di “eterni valori” e di “primato della legge”, non fermano certo La Pira, che su altri fogli espressivi del mondo cattolico ed in importanti convegni a livello nazionale continua a sviluppare la sua polemica contro “questo dottrinarismo materialista ed antiumano”.

Ma anche a Firenze il giovane professore non si defila affatto, se nel gennaio 1942 deve ancora intervenire minacciosamente il foglio dei fascisti fiorentini contro la Settimana di cultura cattolica tenutasi presso il Convento di S.Marco ed in particolare contro il suo “fervido organizzatore” e cioè l’ “esimio prof. Giorgio La Pira, docente di storia e diritto romano”, reo, tra l’altro, di aver invitato “a concionare un politicante, tal Monsignor Mazzolari, Parroco di Bozzolo”. Al di là delle tante singole vicende, può dirsi che in questa fase La Pira appare come uno dei principali protagonisti del dibattito del mondo cattolico italiano sulla necessità di rifondare la convivenza civile intorno a rinnovati valori umani, ma anche rifiutando, al tempo stesso, il fascino del cosiddetto “Stato cristiano”.

Anche quando deve allontanarsi da Firenze in quanto ricercato, e successivamente rifugiarsi a Roma e poi in Vaticano, viene chiamato a scrivere sui temi delicatissimi della rifondazione dello Stato e della necessità dell’impegno sociale e politico dei cattolici: non a caso tre suoi brevi volumetti, frutto del lavoro di questo tormentato periodo, come Il valore della persona umana, Premesse della politica e La nostra vocazione sociale, hanno rappresentato una lettura obbligata ed assai importante per il mondo cattolico italiano che si affacciava alla politica dopo la liberazione del Paese. Image

In particolare Giorgio La Pira, collegandosi esplicitamente a quanto a suo tempo affermato da Pio XI, ha più volte ripetuto che l’attività politica rappresenta la più alta attività per il credente, salva la sola attività contempla-tiva e di preghiera. Al tempo stesso, le durissime lezioni della storia, con tutto ciò che era emerso attraverso l’azione drammatica dei totalitarismi e la dimostrata fragilità delle democrazie, spingono decisa-mente verso la doverosità dell’impegno politico, tanto da potersi scrivere che “l’orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo. Bisogna trasformare la società !”. Proprio l’ampia elaborazione di La Pira sul contributo che possono e devono dare i cattolici alla fondazione dello Stato democratico, lo pone naturalmente come uno dei naturali protagonisti dei confronti relativi alla nuova Costituzione.

Anzi, con l’avvicinarsi della fase costituente, il discorso si fa sempre più concreto e La Pira è anche uno dei protagonisti del complesso dibattito che, ad esempio, si svolge nella Settimana sociale di Firenze dell’ottobre 1945, dedicata appunto a “Costituzione e costituente”. Egli, infatti, evidenzia come necessarie alcune scelte di fondo che successivamente in realtà caratterizzeranno la proposta costituzionale democristiana: la democrazia politica non solo deve essere piena e effettiva, ma deve essere integrata da una democrazia economica e, più in generale, il patto costituente deve essere orientato in modo da garantire la piena tutela di una serie di valori di libertà ed il conseguimento di obiettivi di giustizia. Ma allora questa “Costituzione personalista” deve recuperare soluzioni tecniche ed alcuni valori dalle costituzioni liberal-democratiche, ma riuscire a dare risposte adeguate alle grandi trasformazioni sociali e politiche intervenute e soddisfacenti per tutti, anche per i comunisti ed i socialisti, che condividono con i cattolici la critica allo Stato “borghese capitalista”.

Quanto poi alla tentazione allora ricorrente, specie in parti dell’ambiente ecclesiastico, di caratterizzare in senso clericale lo Stato e la Costituzione, la risposta passa attraverso la individuazione di cosa sia una “Costituzione cristianamente ispirata”: “l’ispirazione cristiana dipende essenzialmente da questo fatto: che l’oggetto della Costituzione, il suo fine, sia la persona umana quale il cattolicesimo la definisce e la mostra. E dipende di conseguenza da quell’altro fatto che tutte le strutture dell’edificio costituzionale siano ordinate a questo fine”. Di qui un ordinamento economico, politico, familiare, culturale, religioso e così via conformi alla natura ed alla dignità della persona umana. Solo di una Costituzione così fatta si può dire davvero che è cristianamente ispirata: “perché l’ispirazione cristiana è incorporata nei  suoi istituti, ravviva e finalizza le sue norme, circola nelle sue strutture: in questo caso soltanto l’esplicito riconoscimento della fonte di questa ispirazione verrebbe a costituire il degno coronamento e come la naturale volta dell’edificio costituzionale dello Stato”.

2.     L’impegno diretto nell’Assemblea Costituente non fu voluto da La Pira, che si riteneva semmai adatto ad un ruolo più defilato di sollecitatore culturale, ma le pressioni per coinvolgerlo direttamente furono evidentemente numerose e d’altra parte fondate su quanto lo stesso La Pira aveva scritto circa la doverosità dell’impegno politico per “preparare le nuove strutture sociali nelle quali – come dice Maritain – siano rifratte quelle esigenze di interiorità, libertà e fraternità che sono le esigenze insopprimibili della persona umana”.

In effetti, il nostro paese doveva affrontare una prova non poco impegnativa come l’adozione della Costituzione tramite un’Assemblea costituente per la prima volta rappresentativa delle cittadine e dei cittadini (la precedente Costituzione era stata originata da una “concessione” nel 1848 di Carlo Alberto di Savoia, che ancora parlava di “sudditi”), in un contesto oggettivamente assai difficile: un paese militarmente sconfitto e reduce da un ventennio di regime autoritario, molteplici distruzioni materiali e morali, partiti politici appena riemersi alla legalità con classi politiche nuove e largamente eterogenee, fortissime contrapposizioni politiche ed ideologiche a livello nazionale ed internazionale, settarismi e violenze.

E’ quindi stata una scelta quanto mai opportuna quella del mondo cattolico-democratico di  sviluppare alcuni seri confronti sulle prospettive costituzionali e poi di indurre molti autorevoli esperti che lì si erano misurati, come appunto La Pira, a candidarsi per la Costituente.

La larga notorietà di La Pira anche a livello nazionale spiega come, eletto alla Assemblea Costituente, sia subito nominato componente della Commissione dei 75, che doveva proporre il progetto di Costituzione,  ed addirittura incaricato, nell’ambito della prima Sottocommissione,  di redigere una delle due relazioni iniziali sui principi fondamentali e sui diritti e doveri da inserire nella nuova Costituzione.

E’ interessante notare come le proposte di La Pira nella sua relazione appaiano nel fondo molto coerenti con quanto da lui elaborato da almeno un decennio nel filone delle riflessioni sui diritti fondamentali dell’uomo alla luce dell’attualizzazione del pensiero tomista, ma sul piano propositivo anche esplicitamente tributarie di quanto proposto da Mortati in precisi termini giuridici a proposito dei “diritti pubblici subiettivi” e da Mounier in tema di una possibile rinnovata dichiarazione dei diritti dell’uomo. D’altra parte, è ormai noto che durante i lavori della Costituente in varie  occasioni La Pira fa omaggio a vari costituenti della traduzione italiana di “Umanesimo integrale”, il  noto volume di Maritain.

Malgrado i molti riferimenti anche al più recente costituzionalismo, però le proposte della sua relazione sollevarono non poche obiezioni, specie per la loro esplicita sincera derivazione dalla tradizione culturale cattolica, se non per il linguaggio utilizzato,  ma forse anche per il tipo di scelte, sia politiche che tecniche, che erano implicite in proposte del genere. Ma poi non si può minimamente sottovalutare che nei lavori della Costituente si manifestavano anche tutte le difficoltà di porre a confronto per la prima volta e su temi di grande complessità, classi politiche provenienti da esperienze e culture tanto diverse (basti ripensare ad un significativo articolo su Rinascita, importante settimanale del PCI, che riferendosi alla Costituzione sovietica del 1936, ne scriveva come della Costituzione “più moderna e più democratica”).

In realtà, allorché si giungerà, dopo un primo difficile e tesissimo confronto, ad un’intesa su quelli che sono divenuti gli attuali articoli 2 e 3 della Costituzione (gli articoli che sinteticamente esprimono le scelte personaliste e comunitarie, il recupero del principio di eguaglianza dinanzi alla legge, ma anche l’impegno che lo Stato democratico si farà carico della rimozione delle disuguaglianze di fatto, se non delle ingiustizie), non verrà in tal modo solo trovato il nucleo di accordo fondamentale su quello che sarà poi denominato come il “compromesso costituzionale” fra i cosiddetti “partiti di massa” e cioè i democristiani, i socialisti ed i comunisti (rappresentati nell’organo in cui avvengono questi confronti, da personaggi come Dossetti, La Pira, Moro, Basso, Togliatti), ma implicitamente si sceglierà anche di adottare una Costituzione rigida, analitica e finalizzata.

Su questa iniziale base di accordo si svilupperà poi tutta la dialettica del confronto costituente, durante il quale certo, accanto a tanti momenti di intese analoghe, non mancheranno anche attriti e aspri conflitti sia su alcuni profili in cui vengono in gioco sensibilità diverse sui valori della convivenza (specie su temi come la famiglia, la scuola, i rapporti fra Stato e confessioni religiose), sia sui diversi modelli di tipo istituzionale. Ad esempio, relativamente alla parte organizzativa dello Stato, la scelta per un ordinamento  pienamente democratico  ma accentuatamente bilanciato, garantito ed anche  caratterizzato dalla creazione delle Regioni, è originariamente voluta da democristiani e dai movimenti politici della tradizione repubblicana e liberale, mentre deve superare fortissime resistenze dei partiti di ispirazione marxista, prigionieri di una visione semplicistica dell’assetto istituzionale (se addirittura non  affascinati, almeno in parte, da prospettive di trasformazione rivoluzionaria).

Ciò che peraltro appare significativo è che La Pira nel dibattito generale sul complessivo progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione sia uno dei due oratori per il gruppo democristiano, e che in quella sede esprima un giudizio nel complesso decisamente positivo, anche rivendicando esplicitamente ai valori cristiani, interpretati secondo la tradizione tomista, la capacità di fornire a tutti un quadro costituzionale pienamente accettabile.

D’altra parte, gli elementi per lui assolutamente caratterizzanti del nuovo patto costituzionale per una solida democrazia appaiono fondamentalmente solo il riconoscimento del valore assoluto della persona, intesa nella sua concretezza,  e la necessità che ad una naturale “struttura sociale pluralista” corrisponda “un assetto giuridico conforme”. Al di là della piena condivisione del modello istituzionale largamente articolato e pluralistico che viene (pur faticosamente) affermandosi nei lavori della Costituente, La Pira sembra sostenere che l’opzione pluralistica avrebbe dovuto anche comportare la trasformazione delle imprese per garantirvi un ruolo attivo dei lavoratori, l’inserimento nel Senato pure della rappresentanza delle “comunità di lavoro” (senza peraltro cadere nel corporativismo), la previsione ufficiale e la disciplina giuridica dei partiti politici, la garanzia del pluralismo scolastico, il richiamo nella Costituzione dei Patti Lateranensi (“anche se c’è qualche punto che potrebbe essere sottoposto a revisione bilaterale”).

Quanto poi alla polemiche sulla laicità dello Stato, la sua risposta è che se “non dobbiamo fare uno Stato confessionale”, non è neanche accettabile uno Stato che non prenda atto dell’orientazione religiosa di tanti uomini e donne, nonché della necessaria presenza ed azione degli organismi sociali in cui si manifestano le confessioni religiose.

Ma La Pira, da acuto giurista, coglie anche la necessità dell’adozione di norme organizzative efficaci e coerenti con il nuovo sistema di valori che si viene definendo: ad esempio, la decisa richiesta di una autorevole ed autonoma Corte costituzionale (a lungo fortemente osteggiata dai partiti di ispirazione marxista) è motivata sia perché in tal modo si garantisce davvero la superiorità delle disposizioni costituzionali sulla volontà delle forze politiche temporaneamente maggioritarie, sia perché così si dà assicurazione che il futuro legislatore debba rispettare  la visione politica di fondo sottesa alle disposizioni costituzionali che si vengono approvando.

Quanto al notissimo (ma spesso deformato) episodio della proposta di La Pira di far precedere il testo costituzionale dalla premessa “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”, anzitutto è bene ricordare che questa proposta viene presentata solo alla fine delle votazioni sugli articoli della Costituzione, che non contiene riferimenti ad una specifica religione e soprattutto che La Pira vorrebbe che fosse adottata “per acclamazione o unanimemente”, poiché a suo parere su di essa potrebbero ritrovarsi tutti, credenti e non credenti: peraltro, dinanzi a diverse obiezioni, malgrado il proprio profondo convincimento sulla sua opportunità  (“ho compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”), ritira la proposta poiché ritiene che non si possa mettere ai voti un richiamo del genere.

D’altra parte, come abbiamo accennato in riferimento al suo intervento svolto durante la Settimana sociale del 1945, per La Pira ciò che effettivamente caratterizza una costituzione è la coerenza sostanziale dei suoi istituti con una serie di valori culturali e di esigenze.

           3. C’è da notare che se La Pira alla Costituente svolge incontestabilmente un ruolo di assoluto rilievo, tuttavia in termini umani non si rende omogeneo alla classe politica che viene formandosi nei partiti e nelle nuove istituzioni repubblicane, restando fortemente caratterizzato dalle sue caratteristiche personali di uomo di cultura dalla fortissima religiosità, “prestato” alla politica o forse –meglio- in essa “inviato”. E c’è anche da dire che già in questa fase non mancano ironie dovute alla sua manifesta “audacia umanamente imprudente ed illogica” (espressione da lui stesso usata nella biografia di Vico Necchi per riferirsi alle modalità da utilizzare per testimoniare pienamente i propri valori), “audacia” che in realtà aveva già usato in vari momenti di confronto nel periodo fascista e che ora lo portano, ad esempio, a utilizzare linguaggi e comportamenti fortemente caratterizzati dalla sua fede, così “scandalizzando” molti, abituati a forme espressive assai più neutre (ma Moro ricorderà la “signorile comprensione” dell’Assemblea costituente dinanzi ad un suo “largo e fermo segno di croce” in occasione di uno dei suoi interventi, forse perché egli aveva non già “ostentato, ma mostrato la sua fede, intuendo che nessuno ne sarebbe stato turbato”). Al tempo stesso, peraltro, su questo personaggio così caratterizzato ed impegnato, continuano ad emergere vere e proprie maldicenze o denigrazioni: se Papini nel 1938 su “Il frontespizio” (nell’articolo Discorsetti ai cattolici) non si era certo trattenuto, ora Benedetto Croce ne scrive come di “un democristiano, che mi dicono un socialista o comunista convertito, che fa vita ascetica in un convento ed insegna diritto nell’Università di Firenze”. 

Può essere interessante notare come La Pira, chiamato a commentare su “Cronache sociali” la Costituzione appena approvata con circa il 90 % dei voti a favore malgrado il un contesto politico ormai durissimo, esprima certo un complessivo giudizio positivo (malgrado alcune “deficienze ed incoerenze”), dopo averla peraltro valutata alla luce non solo della esistenza di solidi principi fondamentali, ma anche della idoneità del nuovo testo costituzionale ad essere davvero “adeguato a quelle riforme di struttura che vanno operate nell’attuale ordinamento sociale, economico e politico”.

Evidentemente pesa  molto la preoccupazione, particolarmente forte proprio nel 1948 fra i componenti del cosiddetto “gruppo dossettiano”,    che le concrete modalità della ricostruzione economica in corso ed i relativi interventi sociali nel paese non siano coerenti con i principi e valori codificati nel nuovo patto costituzionale. Ciò a cui, infatti, aspira La Pira è un “ordine nuovo” fondato “sul lavoro e non più sul capitale. Un ordine nel quale ogni uomo abbia una funzione costruttiva ed organica nel corpo sociale. Un ordine dove l’eguaglianza, la libertà, la proprietà siano per tutti una realtà e non soltanto un nome”.

Pochissimi anni dopo, nella povera Italia dell’inizio degli anni cinquanta, senza neppure provvedere a ricordare e –tanto meno- ad esaltare il proprio contributo nella elaborazione della Costituzione, sarà Sindaco di Firenze impegnatissimo a cercare di tradurre in attività amministrativa i nuovi valori e principi: nel convegno del 1951 dei laureati cattolici, anzi, dirà anche che forse era più facile scrivere alcune norme che ora attuarle. Pertanto la sua nuova “trincea” era mutata ed ora consisteva nella soddisfazione dei bisogni essenziali dei cittadini: “la casa, il lavoro, l’assistenza”.

Ma ben presto inizierà ad utilizzare anche le nuove disposizioni costituzionali di principio per giustificare alcune sue coraggiose iniziative di amministratore locale.