Spes contra Spem 2015: intervento di Giacomo Mininni

 

Verso il mare

di Giacomo Mininni

  

Il rischio maggiore, parlando di Giorgio La Pira e della sua azione politica, è probabilmente quello di ridurre tutto ciò che il “sindaco santo” ha fatto, detto e scritto alla pura dimensione del suo essere “profeta”, quasi mistico, riconducendo ad una sorta di impulso o di sogno romantico una linea d'azione che viene invece da una precisa base teoretica e da idee strutturate e formate su una lunga e virtuosa tradizione filosofica.

È questo il motivo che mi ha indotto a scrivere il libro “Verso il mare. La filosofia della storia di Giorgio La Pira”, pubblicato da Giuliano Ladolfi Editore nel maggio di quest'anno. L'idea alla base del testo è quella di riscoprire il La Pira filosofo, la sua dimensione di pensatore e di studioso che, unita indubbiamente ad una componente mistica e religiosa mai venuta meno, gli ha permesso di incidere nei modi che conosciamo sul tessuto sociale, politico e culturale dell'Italia del secondo dopoguerra, e non solo.

Piuttosto che le fonti palesi, esplicitate da La Pira stesso, come S. Tommaso d'Aquino o i personalisti francesi, “Verso il mare” si ripropone di indagare quelli che sono invece i modelli nascosti, a volte perfino inconsapevoli, di un aspetto particolare del pensiero lapiriano, ovvero la sua filosofia della storia. Quest'ultima è stata messa in relazione soprattutto con quella di due altri autori, che a mio avviso hanno condizionato e plasmato in certa misura la visione di La Pira: da una parte S. Agostino da Ippona, dall'altra Georg Friedrich Wilhelm Hegel.

Che La Pira conosca e apprezzi Agostino è cosa nota, e la grandezza dell'Ipponate è da lui rimarcata in più occasioni, specie nel corso dei colloqui con Léopold Sédar Senghor e con gli altri leader africani. Il sistema filosofico-storico agostiniano è quello che fornisce a La Pira, ed al pensiero cristiano-cattolico tutto, l'impostazione di base, che dà cioè alla storia umana e  immanente la forma di un progetto divino la cui realizzazione è inevitabile. Con Agostino La Pira condivide la linearità di una storia che si dipana tra un punto d'origine (la creazione) ed un punto d'arrivo (l'apocalisse) nella propria natura di “storia della salvezza”. Il modello agostiniano, però, presenta anche notevoli problematicità, primo fra tutti l'assenza di libero arbitrio per le creature, asservite ad una predestinazione elaborata in chiave anti-pelagianista; da questa deriva anche una totale svalutazione dell'attività politica: se il mondo è già diviso da sempre in predestinati alla salvezza (la “Città di Dio”) e alla dannazione (la “città del diavolo” o “dell'uomo”), la politica appartiene indubbiamente ai secondi, mentre i primi dovranno sentirsi come stranieri durante l'intero corso della loro vita. La Pira abbraccia sì il modello agostiniano, ma lo corregge dove opportuno con gli strumenti messigli a disposizione da Tommaso e dalla scolastica, con l'intento di restituire la libertà alla creatura umana e, di conseguenza, riabilitare l'azione del e nel mondo, con particolare riferimento alla politica.

Se l'accostamento di La Pira a Agostino è relativamente semplice, più complesso appare invece quello a Hegel, da sempre visto dallo stesso sindaco come un avversario ideologico, diretto responsabile, sul piano intellettuale, di tutti i grandi totalitarismi del Novecento. Hegel e la sua dialettica, però, introducono nella filosofia della storia un elemento di cui La Pira stesso non può fare a meno: la dinamicità. Il Geist hegeliano, che conoscendo se stesso e spiegandosi a se stesso mette in moto la storia umana (“incidentalmente”) viene da La Pira rielaborato come Heilige Geist, Spirito Santo, e riportato quindi ad una dimensione consapevole e provvidenziale. Nell'affrontare le tesi hegeliane, in particolar modo quelle dell'evoluzione geografica del Geist, degli individui cosmico-storici, della questione della “fine della storia”, La Pira finisce inevitabilmente per farle proprie, sebbene ristrutturate alla luce della propria formazione cattolica e della propria adereza de facto al personalismo; così, la geografia hegeliana viene non accantonata ma estesa alle “terre dimenticate” (Asia, Africa, Americhe), l'individualità cosmico-storica viene “democratizzata” e collettivizzata, la fine della storia viene rimandata a dopo la controversa “era germanica” ma mantenuta come orizzonte ultimo.

Oltre ai rapporti con questi ed altri autori (fra i tanti, Emmanuel Mounier, Jacques Maritain, Teilhard de Chardin, Günter Anders, Hannah Arendt), il testo si ripropone anche di analizzare più da vicino gli elementi di originalità nel pensiero lapiriano, affrontando specialmente quelle che sono le metafore con le quali l'autore ha voluto spiegare la propria visione della storia. Abbiamo così la storia vista come un campo, su cui l'uomo è chiamato a lavorare, ma che solo le stagioni ed il terreno (l'intervento divino) porteranno a fioritura; come un pane in cui è stato posto un lievito, l'azione divina, che segretamente ma costantemente lo fa crescere; come un mare, in cui sono distinguibili solo le correnti superficiali, mutevoli, violente ma ininfluenti, e di cui bisogna scorgere invece le correnti profonde, costanti e potenti, che davvero muovono le maree.

La metafora più pregnante rimane quella, mutuata da Boris Pasternak, della storia come un fiume, attraversato dall'umanità come su una barca: gli imprescindibili punti d'avvio (la fonte) e di arrivo (la foce), uniti alle rapide, correnti e anse che caratterizzano l'andamento fluviale, permettono a La Pira una perfetta fusione della staticità agostiniana e della dinamicità hegeliana. In più, facendo proprie le “ansie atomiche” della Guerra Fredda, La Pira aggiunge un ulteriore elemento di originalità, ampliando l'efficacia e la portata del libro arbitrio umano fino a garantirgli la possibilità di incidere radicalmente sul progetto divino. La “apocalisse bifronte” teorizzata da La Pira vede infatti la possibilità di un'accoglienza da parte dell'uomo della Volontà divina, approdando così ai “diecimila anni di pace” profetizzati da Isaia, oppure un suo rifiuto che, mantenendo la metafora, potrebbe concludersi solo con un “affondamento” della barca, la distruzione del pianeta e della razza umana con esso.

“Verso il mare” vuole essere una analisi non certo esaustiva, ma il più possibile approfondita, della filosofia (e teologia) della storia lapiriana, nel tentativo di sottolineare alcuni aspetti precedentemente trascurati di quelle che sono la formazione e le conseguenze del pensiero di Giorgio La Pira.