Relazione di Valerio Onida

LA PIRA, I POPOLI, LA PACE*

di Valerio Onida

 

Misurarsi con una figura come quella di Giorgio La Pira non può non dare un senso di inadeguatezza, come davanti a qualcuno che non ci è estraneo, ma vive comunque in un’altra dimensione, in un luogo distante e più alto da cui sentiamo giungere qualcosa che ci tocca e ci giudica e ci affascina, ma che è comunque, appunto,  inevitabilmente distante dalla nostra terrestre realtà.

Ecco perché le parole che meglio sembrano esprimere la sua posizione e il suo ruolo nel nostro mondo sono quelle di profeta e di profezia.

La Pira fu uomo di pensiero, uomo politico, membro dell’Assemblea costituente che approvò la Costituzione repubblicana, deputato, Sindaco di Firenze per 15 anni, promotore di iniziative memorabili per la pace e la comprensione fra i popoli.

Nelle sue parole erano onnipresenti robuste premesse che noi chiamiamo teoriche o teoretiche. Questa anzi era la sua cifra dominante.

Anche il suo antifascismo, maturato ben prima della caduta del regime, si era espresso più che in azione pratica (ecco una differenza rispetto a Dossetti, che fu partigiano sulle montagne dell’Appennino), in scritti e discorsi, e così nella iniziativa della rivista “Principi”; e poté passare relativamente inosservato e non dare luogo a conseguenze più gravi che non un divieto di ulteriori pubblicazioni, forse perché al regime poteva sembrare che dessero poco fastidio le enunciazioni teoriche del giovane ideologo professore di diritto romano.

Alla Costituente, la densità del suo pensiero di  tomista  ortodosso si espresse pienamente nei discorsi e nelle proposte, rispetto alle quali i testi poi approvati passarono attraverso molte mediazioni e utili riformulazioni, ma mantennero lo spirito originario.

Il suo celebre discorso nel  dibattito generale sul progetto di Costituzione, dell’ 11 marzo 1947[1], è tutto intessuto delle basi teoretiche del suo pensiero, “perché (diceva) a me la metafisica serve per indagare i problemi della politica e quindi quelli sociali”.

Ecco dunque la constatazione di quella che chiamava la “vasta crisi costituzionale”, che imputava ad una mancanza di proporzione fra l’assetto giuridico delle Costituzioni del passato e l’assetto sociale; le sue critiche parallele alla costituzione statalista di tipo hegeliano cui avevano dato vita i regimi autoritari (tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato), e a quella che egli chiamava la Costituzione del 1789, ispirata all’individualismo proto-liberale, e che egli giudica un inveramento della teorica roussoviana del contratto sociale. Di conseguenza la sua affermazione di una concezione personalistica e pluralista (con il riconoscimento non solo dei diritti individuali, ma anche delle comunità intermedie e dei relativi diritti) come base teoretica del nuovo ordine costituzionale.

Diceva di parlare da storico e da giurista; in realtà parlava da filosofo dello Stato e della politica: più giurista di lui era Dossetti.

Il suo discorso – lungo, spesso insistente  sugli stessi concetti – fu ascoltato dai colleghi dell’aula con rispetto ma anche con qualche impazienza (che emergeva nelle interruzioni di cui dà conto il resoconto stenografico): tuttavia la sua impostazione teorica e i conseguenti contributi alla redazione della Costituzione, e specie della I parte, sono stati elementi determinanti di quel “terreno comune sul quale potevano confluire correnti ideologiche e politiche diverse”, di cui parlò Togliatti nel discorso che seguì immediatamente quello di La Pira in assemblea.[2]

Quello di Togliatti fu un intervento di taglio tutto diverso, assai più storico-pratico, con la denuncia dei limiti e delle colpe della classe politica pre-fascista, e la affermazione secondo cui ciò che il suo gruppo desiderava era “una Costituzione che mettesse da parte le ideologie”, e perciò non una “impostazione ideologica” ma una “impostazione politica concreta, derivante da una visione esatta della  situazione” in cui si trovava l’Italia.

Può essere interessante, fra parentesi, notare che l’impostazione togliattiana, cosìnutrita di forte senso storico, risultava però poi meno antiveggente o meno “presbite” di quella di costituenti come La Pira quando giungeva alla valutazione dei problemi di organizzazione costituzionale, come le regole sul rapporto fiduciario fra Parlamento e Governo, o il ruolo della Corte costituzionale, o l’organizzazione del potere giudiziario.

In ogni caso, lo stesso Togliatti affermava che il discorso di La Pira, “nonostante le frequenti citazioni latine”, egli lo aveva ascoltato con “appassionato interesse, perché [gli] era parso che nella prima parte della sua esposizione (…) abbia dato un contributo molto efficace per scoprire quale è la via per la quale siamo arrivati a quella unità che ci ha permesso di dettare” le formulazioni costituzionali. E constatava come effettivamente vi fosse stata la confluenza del “solidarismo umano e sociale” della sinistra e del  “solidarismo di ispirazione ideologica e di origine diversa [dell’altra parte], il quale però arrivava, nella impostazione e soluzione concreta di differenti aspetti del problema costituzionale, a risultati analoghi a quelli a cui [arrivava] la sua parte”: così con l’affermazione dei diritti sociali e di una concezione non individualistica ma solidaristica dell’economia.

Togliatti notava che non poteva fare ostacolo a questa confluenza la concezione – affermata da La Pira – “della dignità della persona umana come fondamento dei diritti dell’uomo e del cittadino”, che costituiva anzi “un altro punto di confluenza” della sinistra con la “corrente solidaristica cristiana”.

Nelle enunciazioni di La Pira, si trattava semplicemente di “una Costituzione umana” perché “essa – diceva – indaga obiettivamente la struttura dell’uomo”, e per questo “la casa costruita secondo il principio cristiano, è una casa fatta per tutti gli uomini di buona volontà, credenti o non credenti, perché è fatta per l’uomo”.

Del resto gli ideali base del costituzionalismo contemporaneo prima di diventare patrimonio e convinzione largamente comune nei popoli, erano nati come espressione di precise visioni ideologiche al tempo dell’illuminismo. La visione lapiriana dei principi costituzionali è assai meno distante di quanto potesse apparire in superficie dallo spirito e dai postulati del costituzionalismo contemporaneo, che si sono affermati e sono accettati molto al di là dell’ambito cattolico da cui La Pira muoveva.

La dottrina dei diritti umani, che sta alla radice del costituzionalismo, muove anch’essa da premesse che La Pira avrebbe definito metafisiche. La dichiarazione di indipendenza americana del 1776 si apriva – come è noto – con queste parole: “Noi riteniamo incontestabili ed evidenti per se stesse le seguenti verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili …”

In realtà la fede nell’ “umano comune” che vale per tutti i luoghi e per tutti i tempi, la fede nella dignità umana come fondamento universale e intangibile dei diritti e dei doveri fondamentali, e che per La Pira è fede cristiana, è la base teorica e pratica del costituzionalismo.

E’ interessante osservare come questa visione, integralmente cristiana e però universalistica, nelle parole di La Pira investa anche l’aspetto dell’ordine internazionale.

Poteva apparire perfino un poco paradossale il suo richiamo – introdotto per aprire il discorso sui Patti Lateranensi – a De Vitoria, che egli indica come “il fondatore del diritto internazionale” e alla sua “res publica Christianorum” come struttura giuridica della comunità internazionale ricalcata su quella della Chiesa cattolica, per argomentare l’impostazione delle relazioni internazionali. La Pira esprimeva l’idea di una “comunità internazionale che precede lo Stato”, di una “famiglia delle genti umane” che “si modella sulla Chiesa cattolica”.

E’ da sottolineare come in questo contesto egli intendesse le due norme della nostra Costituzione che ne esprimono l’anima internazionalista: l’articolo 10 ( art. 3 del progetto) secondo cui “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”; e l’articolo 11 (art. 4 del progetto) in cui, come affermava La Pira, “con una maggiore audacia” si dice, in sostanza, che “la sovranità dello Stato va considerata nell’ambito della comunità internazionale”, e in cui anzi, come sappiamo, si parla esplicitamente delle “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, aprendo quella che un altro grande fiorentino, Piero Calamandrei, definirà come “una finestra” dalla quale “si riesce ad intravvedere, laggiù, quando il cielo non è nuvoloso, qualcosa che potrebb’essere gli Stati Uniti d’Europa e del Mondo”.

“La nostra Costituzione – aggiungeva La Pira – riconosce che esiste una comunità internazionale (…) e la rispecchia nel suo ordinamento e ne fa uno dei pilastri della Carta costituzionale”.

Egli andava anche oltre, affrontando il tema della guerra e della pace: “Quando lo Stato è la incarnazione totale della sovranità, è inconcepibile una comunità internazionale se non in termini dialettici, cioè di guerra (…) La pace è un armistizio; la guerra è, invece, lo stato normale, vitale e salutare delle nazioni”. A questa concezione “così  inumana” La Pira contrappone ancora una volta una “visione metafisica”: “se voi vi riconducete alla visione pluralistica, avrete la comunità internazionale che precede lo Stato; se vi riconducete all’altra visione, avrete lo Stato assoluto il quale non è membro che provvisoriamente della comunità internazionale”.

L’universalismo dei diritti, la dignità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sono alla base dell’aspirazione generale ad un ordine  mondiale che – benché lontano dall’essere compiuto e realizzato – rappresenta l’unico traguardo possibile in alternativa al bellum omnium contra omnes che ha caratterizzato dalle epoche più remote i rapporti fra i popoli e gli Stati.

Da questo punto di vista occorre pur ribadire che le disposizioni contenute negli artt. 10 e 11 della nostra Costituzione costituiscono il più coerente e più felice sviluppo dei principi del costituzionalismo, di quella visione integralmente umana della vita associata che La Pira propugnava.

All’epoca della Costituente questa intuizione era forse di pochi: è significativo che nel dibattito sul testo costituzionale, mentre come è noto venne dedicato larghissimo spazio alla questione dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa e dei Patti Lateranensi (articoli 7 e 8: oltre ai frequenti riferimenti nella discussione generale, il dibattito sul solo articolo 7 occupò sessantuno pagine del resoconto); molto meno spazio agli attuali articoli 10 e 11, rapidamente approvati nella seduta del 24 marzo, dopo una brevissima discussione, documentata in solo otto pagine di resoconto. Pure, l’apertura internazionalistica costituisce forse lo sviluppo più significativo del costituzionalismo alla svolta della metà del secolo XX.

La nostra Costituzione – e direi soprattutto per il contributo e la volontà di uomini come Giorgio La Pira – è frutto maturo di questo sviluppo. Diceva giustamente Dossetti, quando prese le difese vigorose della Costituzione minacciata dalle spinte “nuoviste” degli anni ‘90, che essa è più e altro che una Costituzione figlia della Resistenza italiana: essa è frutto del “grande fatto globale” costituito dalla seconda guerra mondiale, nasce da quel “crogiolo ardente e universale”, e perciò “porta l’impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”[3]. C’è del resto un profondo parallelismo e direi una previa consonanza ideale fra i principi costituzionali, alla cui affermazione lavorarono in Italia uomini come Giorgio La Pira , e i principi che nello stesso periodo di tempo sono stati consacrati in carte internazionali con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Rileggete il Preambolo della Carta dell’ONU e quello della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata il 10 dicembre 1948: in quest’ultimo si considera che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana,  e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”; che “il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno [le “quattro libertà” del famoso discorso di Roosvelt] è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo”; che “i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà”; che “una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni”.

I critici della nostra Costituzione detta “di compromesso” dovrebbero spiegarci come e perché gli stessi accenti risuonino in un atto di carattere internazionale e universale come la Dichiarazione dei diritti, e che senso ciò abbia avuto e abbia nella ricerca e nell’affermazione di un “terreno comune” anche a livello mondiale, in un mondo che era, allora, gravemente diviso, quanto e più di oggi, da visioni ideologiche e politiche contrastanti.

Come, del resto, Giorgio La Pira vedesse il suo impegno teoretico e di fede non in un’ottica di orgogliosa rivendicazione di una identità contrapposta ad altre identità, ma in un’ottica di  unità e di concordia, risulta chiaramente dall’ultimo gesto da lui compiuto alla Costituente, quando, nella seduta finale, prima propose e poi ritirò la proposta di inserire una invocazione a Dio come preambolo della Carta, giustificandosi sul presupposto “che vi fosse una unità, un consenso di tutta l’Assemblea”. Egli aveva voluto – disse -  farsi “portatore di pace e di unità”; di fronte al rischio di produrre “la scissione dell’Assemblea”, ritirò dunque la proposta avendo – egli disse – “compiuto secondo la mia coscienza il gesto che dovevo compiere”.[4]

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La Pira non si accontentò di enunciare un pensiero forte: si impegnò fino in fondo nell’azione. Egli stesso, nel discorso conclusivo pronunciato a braccio nel convegno dei giuristi cattolici del 1951 (quello che ascoltò una ben nota straordinaria relazione di Giuseppe Dossetti) poi ripreso in scritti degli anni seguenti, diceva, quasi in chiave di confessione personale, che confrontando la sua esperienza di costituente a quella successiva come Sottosegretario al lavoro e poi come Sindaco di Firenze, vedeva che “quando scrivevo certi miei articoli, molto belli, ero ancora un poco ingenuo, consideravo le cose da un punto di vista teoretico, senza conoscere nella realtà i fenomeni della vita nazionale e mondiale”.  Invece nella sua esperienza pubblica fu “improvvisamente messo a contatto con le correnti dei lavoratori, occupati e disoccupati” [5] si scontrò in concreto con i problemi del lavoro e della disoccupazione, visti da vicino, ma anche nella loro dimensione mondiale.

E poi ci sono gli incontri fiorentini per la pace e la civiltà cristiana. Oggi potrebbe suonare strano e perfino inaccettabile che il Sindaco di un grande Comune organizzi convegni per la “civiltà cristiana”.

Ma a quegli incontri La Pira invitava i rappresentanti di tutte le Nazioni, non solo di quelle di tradizione cristiana, e , pur facendosi apertamente critico della politica ufficiale anti-religiosa dei regimi comunisti, non si stancava di invitare anche i rappresentanti di quei paesi, rammaricandosi che non accettassero l’invito.

Il senso di quelle iniziative – come delle altre anche più ardite da lui assunte, quali gli interventi presso governanti di paesi in guerra fra di loro, nel caso del conflitto israelo-palestinese o in quello del Vietnam – il senso, dunque, era sempre il medesimo: costruire legami, gettare ponti, nel nome di ideali universali di fratellanza e di pace.

Possiamo dunque dire davvero che Giorgio La Pira, come la Costituzione,  fu figlio ed espressione alta di quella fase storica fondamentale – coincisa con la fine della seconda guerra mondiale e col tentativo di porre le basi di un nuovo ordine internazionale – nella quale è apparso che le comunità umane, a livello europeo e mondiale, cercassero finalmente e concordemente di ancorare i loro destini ad ideali di libertà, diritti umani, giustizia e pace.

Non per caso è questo il periodo in cui, nonostante il duro confronto  fra i blocchi occidentale e comunista si delinea la nuova costruzione giuridica della comunità internazionale, con la Carta dell’ONU e la Dichiarazione universale; in cui si avvia e si porta a compimento lo storico processo di de-colonizzazione, pur con tutte le difficoltà, le contraddizioni e i seguiti di divisioni, massacri, miseria e sottosviluppo; in cui i meccanismi dell’ONU, pur messi a dura prova, restarono un riferimento non smentito anche per i grandi paesi dei due blocchi; in cui in Europa si avvia, col largo consenso dei popoli e con l’opera illuminata di statisti lungimiranti, la costruzione di una nuova unità che, passando attraverso il controllo congiunto di  risorse economiche, si rendesse – come diceva la dichiarazione Schumann – non solo impensabile ma materialmente impossibile un nuovo conflitto intra-europeo; in cui tanti Stati sorti  o risorti dopo la guerra si danno Costituzioni improntate ai principi universali del costituzionalismo.

Oggi abbiamo talvolta la sensazione che quelle vicende e quelle circostanze siano lontani, non solo nel tempo. Tanti progressi materiali e tecnologici sono intervenuti; il livello di benessere economico, nel nostro paese, in Europa e nel mondo, è cresciuto. Si è chiusa, senza le grandi convulsioni che si potevano temere, l’esperienza del blocco sovietico.

Eppure sembra che l’umanità faccia oggi più fatica di ieri a mantenere fede ai grandi ideali maturati in quell’epoca.

A livello nazionale sembrano dominare spinte egoistiche e particolaristiche; il diverso è oggetto di diffidenza se non di terrore; il bisogno naturale di sicurezza si traduce troppo spesso in crescita delle paure e delle chiusure. In una società che sembra ripiegarsi su se stessa, una politica spesso parolaia ed esibizionista cerca il consenso coltivando egoismi e paure, e si alimenta non di elevati confronti sulle cose reali, ma di una rissosità quotidiana e volgare. Persino i delitti che la cronaca annuncia e descrive sono occasioni perché vecchi e nuovi avvoltoi si aggirino alla ricerca di nuove briciole di consenso attraverso la sollecitazione degli umori peggiori. Il senso della politica come impresa comune, fondata sulla ricerca di solidarietà e di soluzioni costruttive e condivise, sembra spesso smarrito.

A livello europeo, la costruzione avviata dai padri dell’Europa sembra vivere una fase di stanca, simboleggiata anche dal provvisorio fallimento del Trattato recante la Costituzione per l’Europa sottoscritto nel 2004.

A livello internazionale, la fine dell’era dell’equilibrio del terrore atomico, con il dissolvimento dell’ex blocco dell’Est, non ha segnato un progresso nel senso di una più piena attuazione della Carta dell’ONU, ma ha visto piuttosto la diffusione della violenza internazionale e il sorgere di nuove dottrine e prassi di guerra, nonché la negazione o l’affievolimento delle garanzie dei diritti fondamentali anche nella prassi di paesi che sono stati la culla dei diritti.

Quella civiltà cristiana, in nome della quale La Pira convocava a Firenze i rappresentanti delle nazioni del mondo, espressione di diverse religioni e in particolare di quelle del ceppo di Abramo, indicandola come fondamento della pace, è oggi piuttosto rivendicata come elemento di una identità che si assume messa in pericolo dall’Islam. Così che il fattore religioso, che alla fine del XX secolo sembrava avere definitivamente assunto il ruolo di elemento di unità e di collaborazione pacifica fra i popoli, si ripropone talvolta come fattore di contrapposizione e di guerra, in un quadro mondiale caratterizzato da lotta per le risorse economiche, da un’economia che sembra sfuggire largamente ad ogni capacità di governo nazionale e sopranazionale, dal rifiorire di dottrine dell’interesse nazionale, dal manifestarsi di vecchi e nuovi nazionalismi.

Sui “versanti apocalittici” di cui parlava La Pira nel suo appassionato commento all’Enciclica “Populorum progressio”[6], “quello della pace e del progresso per tutti i popoli, e quello della fame e della guerra distruttrice del genere umano e dello stesso pianeta”, se il “potenziale esplosivo” nucleare appare (per ora) meno incombente, gli altri tre potenziali esplosivi indicati da La Pira – quello della fame, quello demografico e quello della collera e del conflitto fra i popoli – sembrano quanto mai minacciosi.

Che ne è della predicazione – di cui La Pira si faceva eco e avanguardia – che al potenziale esplosivo della guerra e della distruzione contrapponeva quello della pace e della edificazione; al potenziale esplosivo della miseria e della fame contrapponeva “quello della liberazione dell’uomo e della società da tutte le servitù, da tutte le alienazioni che lo opprimono”; al potenziale della collera e del conflitto tra i popoli contrapponeva “quello della crescente unificazione, elevazione e trasformazione, a tutti i livelli, del mondo”?

Che ne è delle “nuove tecniche politiche” che La Pira indicava come strumenti per raggiungere questi traguardi: delle “nuove tecniche politiche destinate a integrare l’ONU, ad estinguere i residui del nazionalismo, del colonialismo e del razzismo, ed a fornire le Nazioni Unite della capacità giuridica e politica operativa per il raggiungimento e la programmazione – per così dire – del mondo”?

Che ne è degli “invitabili traguardi della stagione storica nuova del mondo” che La Pira additava, sulle orme dell’Enciclica: “la pace e il disarmo, con la conversione delle spese di guerra in spese di pace; la liberazione di tutti i popoli dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, dall’ignoranza e dalle altre schiavitù sociali e politiche da cui essi sono oppressi”, e ciò mediante l’uso “di nuove tecniche economiche, finanziarie, sociali e politiche di dimensioni mondiali”?

Se si rileggono oggi quelle pagine, e poi ci si guarda intorno, il senso di frustrazione e di scoraggiamento rischia di prevalere, e fa correre il pensiero al lamento di Geremia che grida alla “grande calamità”: “anche il profeta e il sacerdote – si aggirano per il paese – e non sanno che cosa fare”. E ancora: “aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza ed ecco il terrore!”.[7]

Già La Pira, proprio alla fine di quello scritto, osservava:”in questi ultimi tempi [dopo l’assassinio di Kennedy] il moto dei popoli verso le frontiere nuove della storia si è , in certo senso, fermato”, come Israele per quaranta anni nel deserto; “tentazioni gravissime di ritorno verso la schiavitù dell’Egitto – verso la guerra, la divisione, la schiavitù economica, ecc. – hanno attraversato ed attraversano ancora, in modo pauroso, la storia del mondo”. Parole ben adatte al nostro oggi.

Per questo abbiamo ancora bisogno di profeti, di quelli che, scriveva La Pira, “sono, in ultima analisi, i realisti veri”. Abbiamo bisogno di speranze, non utopiche, ma profetiche.

La Pira ci ricorda che il compito di costruttori è per “credenti e non credenti”, per “uomini di buona volontà”; che “l’azione, la costruzione, l’edificazione comunque esigono una certa comune, concreta <<ideologia>>, costituita dalla comunanza di traguardi che ispiri e finalizzi l’azione”. E ancora: “costruire muri che dividono o ponti che, pur distinguendo, collegano? Questo è il problema del mondo”.

Egli parlava in un mondo in cui ancora si fronteggiavano i due blocchi dell’Est e dell’Ovest. Ma questo messaggio è tanto più valido oggi, in cui l’incontro di culture diverse sembra assumere tanto spesso l’aspetto di scontro o i connotati di una reciproca rivendicazione di differenze.

Se non credessimo, se non crediamo, che gli ideali e la pratica dei diritti umani per tutti gli uomini e per tutti i popoli – quegli ideali iscritti solennemente nella Dichiarazione universale dell’ONU e nelle Convenzioni internazionali che vi danno attuazione – costituiscono davvero un patrimonio comune dell’umanità, un terreno comune al di là di tutte le differenze; se non crediamo questo, dunque, rischiamo un salto all’indietro nella storia. Abbiamo ancora bisogno di profeti come Giorgio La Pira.

 


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* Testo della conferenza tenuta nell’Aula Magna dell’Università di Firenze il 5 novembre 2007

[1] Vedilo in La Costituzione della Repubblica Italiana nei lavori preparatori della Assemblea Costituente, Roma, Camera dei deputati, 1970, pp. 313 ss.

[2] Vedilo in La Costituzione, cit.,  pp. 324 ss.

[3] Cfr. G. DOSSETTI, Le radici della Costituzione, in G. DOSSETTI, I valori della Costituzione, Reggio Emilia, Ed. San Lorenzo, s.d. (ma 1995), p. 68

[4] Cfr. il dibattito negli Atti dell’Assemblea Costituente, seduta ant. del 22 dicembre 1947, in La Costituzione,  cit., pp. 4589-95

[5] Cfr. G. LA PIRA, Cristianesimo e Stato moderno, in Iustitia, agosto-dicembre 1992, p. 434

[6] Cfr. G. LA PIRA, La Populorum Progressio: una denuncia profetica nel punto limite della storia del mondo (maggio 1967), in G. LA PIRA, Il sentiero di Isaia (discorsi 1961-1977), Firenze, Cultura Editrice, 1978, pp. 315 ss., e ora in AA.VV., L’attesa della povera gente - Giorgio La Pira e la cultura economica anglosassone,  a cura di P. ROGGI, Firenze, Giunti, 2005, pp. 254 ss.

[7] Ger. 14, 17-19