Omelia dell'Arcivescovo Gualtiero Bassetti

 

Gualtiero Bassetti , Arcivescovo di Perugia e Città della Pieve

OMELIA IN OCCASIONE DEL XXXII ANNIVERSARIO DELLA MORTE

DEL SERVO DI DIO GIORGIO LA PIRA

Firenze, Basilica di San Marco, 5 novembre 2009

 

Siamo oggi a Ringraziare Dio per il dono grande di Giorgio La Pira, siamo qui nell’occasione del XXXII anniversario della sua morte convocati da Dio stesso che  ha manifestato la sua gloria nel Servo Suo.

Abbiamo ripetuto, nel responsorio del Salmo, «la gloria di Dio è l’uomo vivente» L’espressione che è di Sant’Ireneo prosegue spiegando che «la visione di Dio è la gloria dell’uomo». La Provvidenza ha voluto che oggi ascoltassimo questa parola e ci sembra che la stessa esperienza umana e cristiana di La Pira vi sia espressa.

Egli, potremmo dire, si metteva dalla parte del Paradiso, era uomo la cui fisionomia spirituale è tratteggiata dal salmo 26: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco; abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi».

Il Paradiso come realtà che ha orientato e spiegato tutta la vita del Professore, come la fonte dell’allegria, come la sorgente della forza (sappiamo quante avversità ebbe a sopportare con la forza di un leone), come il motivo della speranza (spes contra spem). Il paradiso come il fine della vita ma anche come già presente nella contemplazione di quel Dio da lui tanto cercato nella preghiera, nell’eucaristia, tanto amato nella Sua parola.

Di  paradiso ebbe a farne esperienza, in qualche misura, la notte di Pasqua del 1924, quando dopo la comunione sentì «nelle vene circolare una innocenza così piena, da non poter trattenere il canto e la felicità smisurata».[1]

Eppure, l’orientamento soprannaturale della sua vita, non lo ha rapito dalla terra: anzi la sua fu un personalità concreta, genialmente creativa.

Ripeteva spesso che «i veri materialisti siamo noi che crediamo nella risurrezione di Cristo», una fede che inclina coerentemente a prendersi cura di quello che Cristo stesso ha amato: «Cristo è anche uomo? Ma allora le cose dell’uomo sono cose di Cristo: i valori dell’uomo sono valori di Cristo: le pene e le gioie dell’uomo sono pene e gioie di Cristo»[2]. E ancora:  «La Pasqua è un fatto che pur trascendendo il tempo e lo spazio, il cosmo e l’uomo e la storia umana, è tuttavia come radicato nel tempo, nello spazio, nel cosmo e nella storia dell’uomo; trascende la realtà fisica, trascende la realtà umana e storica e tuttavia esso è inserito come lievito fecondatore, restauratore, orientatore di questa realtà cosmica, umana e storica»[3].

Operare nella storia è allora un vero e proprio prolungamento della salvezza che Cristo ha portato nel mondo non vivendo per se stesso né morendo per se stesso (Cf. Rm 14,7). Questa convinzione era, per Giorgio La Pira, davvero granitica. Il suo spendersi per tutti, il suo non vivere per se stesso è stato un vero e proprio atto di culto a Dio: l’amore concreto, fattivo al fratello è inscindibile dall’amore a quel Dio desiderato e amato.

«Il documento inequivocabile della presenza di Cristo in un’anima è costituito dalla intima ed efficace «propensione» di quell’anima verso le creature bisognose. Vi sono creature bisognose? Affamati? Assetati? Senza tetto? Ignudi? Ammalati? Carcerati? Bisogna tendere ad essi efficacemente il cuore e la mano (Matteo, 25,31-46): esempio di questa “propensione” all’intervento è fornito dal Samaritano: scese da cavallo e prese minutamente cura del ferito. E si badi: non si tratta soltanto (come spesso si crede) di atti di carità confinati nell’orbita dell’azione dei singoli: impegno di amore, cioè, che investe soltanto le singole persone: no, si tratta di un impegno che  parte dai singoli e che investe l’intiera struttura e l’essenziale finalità del corpo sociale»[4].

Questo significa non vivere solo per se stessi.

Il suo impegno a Palazzo Vecchio resta esemplare quanto al vivere per gli altri. «Tante altre famiglie  venivano a Palazzo Vecchio per esporre la drammaticità della loro situazione: povera gente sfrattata che cercava un tetto e un riparo. Cosa dovevo fare? Potrei uscirmene dicendo agli sfrattati: Mi dispiace ma io non posso farvi nulla  Il mio ragionamento — se devo prendere sul serio i miei doveri sostanziali di sindaco  — non può essere che un altro: non può essere che un “ragionamento” samaritano, di intervento: devo cioè cercare tutti i mezzi atti a sanare una situazione di pena che non comporta ritardo alcuno!» [5]. 

E se questa è la via di ogni riuscita umana, d’ogni vita che voglia dirsi sensata, lo è in maniera tutta particolare per chi è impegnato sul fronte della cura politica, istituzionale, amministrativa.

Oggi la carità fattiva di Giorgio La Pira che ha scelto i poveri sempre e con i poveri ha voluto morire, è contestazione implicita di ogni pigrizia, di ogni connivenza, di ogni omissione di chi potendo agire non agisce, di chi si allea con l’iniquità, di chi tradisce il mandato per il bene comune a motivo di privilegi personali o di parte, di chi fa alleanze con il male invece che con il bene, di chi ruba invece che amministrare, di chi amministra avidamente e resta inerte di fronte alla miseria dei più.

Nell’esercizio del governo della città e nel servire la pace internazionale, ebbe la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti[6] Don Milani direbbe: I care, tu mi interessi! E oggetto dell’interesse di La Pira fu la persona umana in ogni situazione di umanità diminuita, di povertà. Stare dalla parte di chi non ha e di chi non è, sempre!

Il patrono della Cattedrale di Perugia è san Lorenzo, il diacono martirizzato a Roma dopo aver presentato all’imperatore che gli chiedeva conto dei tesori della chiesa, i poveri e gli straccioni dell’urbe. Non posso qui, oggi, non ripensare al giovane negro di Harlem che intona un canto sulla bara di La Pira dando così voce agli ultimi della terra, non posso non ricordare che furono gli operai della Pignone (la sua Pignone) a sollevare la bara del loro Sindaco al termine della liturgia funebre: come Lorenzo, scelse anch’egli i suoi tesori, la sua compagnia.

Oggi il nostro Sindaco è in mezzo a noi vivente, sempre vivo per intercedere per noi (cf. Eb 7,25) e la sua preghiera efficace sostiene la nostra fatica e fa lievitare la nostra speranza trasformandola in allegria; ma lui stesso ci chiede di non fermarci a lui, e di riconoscere il motivo della sua gioia che consiste nell’amore misericordioso di Dio, un amore che cerca i suoi figli, che li raggiunge, (ci raggiunge), nei deserti della vita dove non trovano, (non troviamo) più la strada. Siamo noi la dramma perduta, siamo noi la pecorella smarrita, ma siamo sempre noi la festa di Dio: in fondo è questo il paradiso.

La gioia di La Pira, la sua allegria contagiosa  e disarmante, mai superficiale, nasceva dal sapersi salvato, dal sapersi ritrovato da Dio, dalla certezza che non v’è peccato, non v’è miseria morale capace di arrestare l’ amore di Dio per la sua creatura. L’amore è sempre più forte della morte, Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? Se Dio ha attraversato i deserti dell’umanità per ritrovarci, se accetta di essere pensato come una povera donna che ripone tutta la sua ricchezza in una dramma, se vuole essere conosciuto come pastore al quale non affideremmo mai il nostro gregge (lasciare novantanove pecore per cercarne una … assolutamente inaffidabile per il tornaconto umano), se insomma Dio è totalmente in nostro favore, ebbene allora l’eccomi  del Sindaco Santo è davvero la risposta più sensata e razionale che l’uomo possa dare alla questione della vita e della morte.

Facciamo festa per questa buona notizia che è, in ultimo, la vera ragione del nostro essere qui, perché è la nostra santità, la nostra umanità pienamente fiorita, il sogno di Dio per noi. Non siamo venuti a commemorare un grande del passato, o ad ammirare un personaggio bello sì, ma comunque altro da me. Siamo qui per rispondere eccomi alla voce di Dio che ci interpella personalmente, siamo qui per riaffidare la nostra povertà alla estrema potenza di Dio perché anche la nostra vita deve fiorire come è fiorita quella di La Pira. Francesco d’Assisi, tanto amato dal Professore, alla fine della vita ai suoi frati disse: Io ho fatto la mia parte, Cristo vi insegni a fare la vostra.

Oggi, nella persona di La Pira, Cristo ci mostra ancora la via: coraggio allora e in cammino fino al compimento dell’amore, quando alla sera della vita possa compiersi anche per noi quello che la Chiesa prega al termine del rito delle esequie: che ognuno di noi, redento dalla morte, assolto da ogni colpa, riconciliato con il Padre, e recato sulle spalle dal buon Pastore, partecipi alla gloria eterna nel regno dei cieli.

La Vergine Maria patrona dei poveri, Donna del Paradiso, cammina con noi e ci indica la strada al monte del Signore  (Is 2,3), il suo passo sostenga il nostro, la sua cura supplisca la nostra debolezza e ci accolga là dove , finalmente, non si impara più l’arte della guerra (cf. Is 2,4).

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[1] G. La Pira, «Lettera a Salvatore Pugliatti» Settembre 1933, in Lettere a Salvatore Pugliatti,  138.

[2] G. La Pira, «Anche Cristo è un uomo», 1954, in Coscienza,  8.

[3] G. La Pira, «Fede, Speranza e Carità», 1950, in Le città sono vive, 164.

[4] G. La Pira, «Una società cristiana permette», 1953, in Giorgio La Pira sindaco, I,  297.

[5]G. La Pira, «Mi denunzieranno per gli sfrattati?», 1995, in Giorgio La Pira sindaco, II,  23-24

[6] BENEDETTO XVI, Omelia d’inizio pontificato, 24.05.2005

[7] GIOVANNI PAOLO II, Sollecitudo rei socialis 38.