Omelia dell'Arcivescovo Giuseppe Betori

 

 

Omelia dell'Arcivescovo Giuseppe Betori 

nel 31° anniversario della morte di Giorgio La Pira

5 novembre 2008


1. La Chiesa di Firenze insieme alle Chiese sorelle della Toscana fa oggi memoria dei suoi santi: i santi anche canonizzati che non hanno trovato posto nel calendario liturgico e quelli rimasti anonimi, certamente i più numerosi.
Mi pare una coincidenza particolarmente significativa che, all’inizio del mio ministero pastorale a Firenze, mi sia dato in questo giorno di presiedere la celebrazione del 31° anniversario della morte di Giorgio La Pira, straordinaria figura di cristiano, terziario domenicano fedelissimo alla sua consacrazione, sindaco di Firenze, profeta e costruttore di pace e di unità tra i popoli, figura eccelsa di santità in questa Chiesa.
E celebrare proprio qui, nella basilica di San Marco. che custodisce memorie particolarmente preziose per la nostra Chiesa. Qui, in particolare, è vissuto il grande Vescovo Antonino Pierozzi, che insieme a San Zanobi veneriamo come protettore della diocesi. La Fondazione La Pira mi ha fatto dono in occasione del mio ingresso nell’Arcidiocesi del discorso che il sindaco La Pira tenne in Palazzo Vecchio in occasione della prima visita ufficiale di S.E. Mons. Ermenegildo Florit il 7 aprile 1962. In esso La Pira tesse le lodi del Vescovo Antonino, per l’intervento di profondo valore religioso, etico, storico e politico che egli fece nel 1458 a difesa della libertà e della struttura democratica della repubblica fiorentina.
E qui giustamente riposano ora le spoglie mortali di Giorgio La Pira, la cui memoria quest’anno viene celebrata “nel segno della fratellanza tra i popoli”. Questa fratellanza è, secondo La Pira, vocazione comune sia della Chiesa fiorentina sia della città di Firenze.

2. Nel vangelo che abbiamo ascoltato – il vangelo che il lezionario feriale propone in questo mercoledì della 31ª settimana del tempo ordinario – Gesù parla delle esigenze richieste a chi vuol essere suo discepolo. Esigenze estremamente severe, quasi scoraggianti. Gesù sembra più preoccupato di raffreddare i facili entusiasmi di chi intende seguirlo che di cercare seguaci. Nell’ascoltarlo si terrà anche conto di un certo modo di esprimersi tipico del linguaggio ebraico, ma la radicalità estrema delle esigenze del Signore rimane. Sono le esigenze della fede: ritorna fuori quel ‘comandamento grande’ che il Signore ci ha già ricordato pochi giorni fa: amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze… Non ci sono misure al di sotto del “tutto”!
Giorgio La Pira è un convertito. La chiamata l’ha sentita nel pieno della sua giovinezza: nel 1924, a vent’anni, come annota sulla prima pagina del Digesto di Giustiniano, lo strumento di lavoro fondamentale per i suoi studi di romanistica. “A vent’anni; epoca di luce e inizio di unione al Maestro”. Da questo incontro si deve necessariamente partire per comprendere chi è La Pira, qual è il suo vero segreto. La Pira è un discepolo del Signore, il titolo più alto cui un cristiano può e deve aspirare. La Pira risponde di sì al Signore che lo chiama ed è un sì totale, senza incertezze, al quale rimane fedele sempre.
Davanti a lui c’è sempre il Signore: egli è dietro e lo segue. “Non mi ascolto mai!”, dice in una intervista, nel 1976, un anno prima della sua morte. “Dettata non dal sangue e dalla carne, ma dal Padre che sta nei cieli” (Mt 16,16), la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente» (Mt 16,17), prova che tutta la storia prende senso, speranza, e riscatto in Cristo. La nostra, dopo, sino alla fine, non può che essere una risposta e una scelta alla domanda di lui: una risposta e una scelta come quella di Pietro. E mai come oggi, non lo dico a caso, il problema di Cristo come domanda e risposta su se stesso, – cioè profezia vivente e sempre in cammino con noi per la nostra salvezza – è stata tanto attuale”. 1
Sono parole si direbbe dette per il nostro oggi, in cui, come ci ricorda continuamente il Santo Padre, il problema continua ad essere Cristo e il nostro incontro con lui, onde evitare le riduzioni mitologiche e parimenti quelle etiche della fede cristiana.
In questo incontro con Cristo, Giorgio La Pira conquista la vera libertà, che lo conduce all’assoluto distacco da ogni vincolo. Anche rimanere nello stato laico, non scegliere il sacerdozio, sembra rispondere a questa esigenza: servire il vangelo nel modo più umile, più libero. La lettera a una suora del Carmelo di Careggi nella Pasqua del 1933, la quale ha letto un suo articolo e ha creduto che fosse stato scritto da un sacerdote, rivela questo amore a Cristo senza condizioni: “Io non sono sacerdote, come ella ha supposto, scrive. Gesù non ha voluto e non vuole queste cose da me. Sono solo un giovane cui Gesù ha fatto una grazia grande: il desiderio sconfinato di amarlo e di farsi sconfinatamente amare”.2
La Pira vuole rimanere laico perché essere laico gli assicura una maggiore possibilità di annunciare il vangelo ubi Christus non est nominatus: unico accredito la professionalità: “Essere laici che si distinguono per una professionalità rigorosa”, scrive. “L’eccellenza professionale come lettera di accredito nella società”.
Lasciandosi guidare unicamente dallo Spirito, La Pira plasma la sua anima mistica e vive misticamente l’intera sua vita. Scrivendo nel 1938 a P. Agostino Gemelli, assistente spirituale dei missionari della Regalità, l’istituto secolare al quale La Pira ha subito aderito, dice: “Sono trascorsi dieci anni da che per la prima volta… si parlò di questo dolce ideale della consacrazione a Dio. Allora avevo 24 anni ed avevo – come per grazia divina ho ancora – il cuore innamorato di Cristo: sentivo con più energia di ora tutta la bellezza di una vita consacrata unicamente a questo fine: l’amore infinito di Dio e di Cristo… L’esperienza di questi dieci anni non mi ha deluso: mi sembra divinamente bello questo vagare libero per amore di Cristo; unica regola: la carità…”.

3. Il brano della Lettera ai Colossesi proclamato come prima lettura è stato invece scelto dalla Fondazione La Pira e dai Padri Domenicani per richiamare il tema sotto il quale si pone la celebrazione di questo anno: la fraternità fra i popoli: “non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti…; la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo…”.
Questo brano della Lettera ai Colossesi – il Cristo tutto in tutti – insieme al testo della lettera agli Efesini 4,11 “in aedificationem corporis Christi”, come egli amava dire citando in latino, è fondamentale nella visione di La Pira, sia del La Pira vincenziano, sulle orme di Ozanam, che rimane sua vocazione specifica, sia del La Pira uomo politico.
I biografi narrano di un’illuminazione ricevuta nell’Epifania del 1951, mentre assisteva alla messa nella Chiesa Nova a Roma. Ne parla La Pira stesso in una lettera alle claustrali dieci anni dopo: come il Signore abbia voluto affidare a lui, ormai impegnato nella vita pubblica, già con un’esperienza alle spalle nell’Assemblea Costituente, nel Parlamento, e poi nel Governo, una particolare missione per l’unità e la pace dei popoli. È la sua visione teologica.
Ascoltiamo le sue parole. “Questo corpo glorioso di Cristo Risorto agisce invincibilmente (malgrado tutto) come lievito trasformatore e come modello elevante attrattivo, sul corpo della città terrestre: sul corpo totale delle famiglie, delle città, delle nazioni, delle civiltà, dei popoli, di tutto il pianeta! La città celeste – questa Gerusalemme celeste “dalle muraglie d’oro” – illuminata dalla luce del Corpo glorioso di Cristo e dove regnano la bellezza, la unità e la pace, è il modello attrattivo verso cui è irresistibilmente attratta e verso cui irresistibilmente ascende (in mezzo a tante fatiche) la città terrestre. Peguy lo disse: «La città terrena è il cantiere, ove la città di Dio si elabora e si prepara»”.5
E questo progetto di rigenerazione della storia a immagine della città celeste è, come ci ricorda san Paolo, un mistero di unità, di comunione, di superamento di ogni divisione e discriminazione, perché su tutti gli uomini risplende l’immagine stessa del Creatore che li fa tutti fratelli.
La Pira amava anche richiamarsi al discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret: “A Nazaret nel ‘suo discorso programmatico’ (il primo!) il Signore indica ‘le frontiere di Isaia’, ‘la Terra promessa’ dell’unità, della pace, della liberazione da ogni oppressione dei popoli di tutta la terra. Il cammino della storia, sotto il segno vivificante e orientatore dello Spirito Santo, di Cristo Risorto, della Chiesa, avrà, come suo punto terminale, la pace, l’unità e la promozione e liberazione terrestre dei popoli”.
Questo è il vero programma del La Pira politico. Essere promotore di unità e di pace nel nome del Vangelo. C’è da chiedersi quali gesti e iniziative avrebbe ideato per reagire alle morti di tanti cristiani nel mondo, in specie nell’Asia, in spregio a quel fondamentale diritto umano e dei popoli che è la libertà religiosa! Le nostre flebili voci di oggi sono del tutto inadeguate ai suoi orizzonti smisurati e coraggiosi.
E’ stato un politico La Pira? Sì! Ha cercato di dare un’anima alla politica. Mi pare bello quello che scrisse su di lui Carlo Bo: “La Pira è passato, sì, come una meteora nel cielo della politica che era indegna di lui, ma è stato, per altro verso, il simbolo di un’altra e più alta ragione: anche un santo può fare politica”.
Essere presenti alle vicende del mondo è fondato per Giorgio La Pira su una convinzione profonda dell’unità tra la dimensione interiore del credente e il suo spendersi nella storia. Lo diceva con parole ancora una volta solo apparentemente paradossali: “Credevamo che bastassero le mura silenziose dell’orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili […]. L’orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo”.6
La Pira consegna oggi a noi questa passione e questa missione. Nel discorso in Palazzo Vecchio in cui saluta Mons. Florit, dopo aver passato in rassegna le date più significative della storia di Firenze, gli ricorda la vocazione e la missione (oggi ancora più di ieri) della Chiesa di Firenze e, correlativamente, della città di Firenze. “Rendere sane – col sale della grazia e col sale della verità, della civiltà, della bellezza, della giustizia e della pace – le acque non solo dell’Arno, ma ( in certa misura ed entro certi limiti) di tutti i fiumi che bagnano le città di tutta la terra!”.
Vorremmo davvero accogliere queste parole di La Pira con un po’ della sua fede e della sua passione. Credo che oggi inviti me, chiamato a guidare come Vescovo la Chiesa fiorentina, alla speranza cristiana, all’impegno per la pace e la fraternità, anche se il mondo appare più stanco e i problemi che avanzano, dalla pace in Medio Oriente, ai problemi dell’Africa, in particolare oggi del Congo, alla fame del mondo sembrano ingigantiti.
“Spes contra spem! – ci ripete anche oggi La Pira –. Sperare contro ogni speranza è un atto di fede che Dio benedice quando si tratta di affermare fra tutti gli uomini il vincolo di fraternità che li unisce al comune Padre Celeste!”.