La giustizia nel pensiero di La Pira

 

di Piero Brunori (contributo per Rivista Incontri, Ottobre 2012)

 Giorgio La Pira veniva accusato – specialmente nel periodo della requisizione delle ville, e di altre discusse iniziative come Sindaco di Firenze – di fare confusione fra carità e giustizia. Ricordo una battuta che circolava anche negli ambienti benpensanti delle parrocchie: “La Pira è un uomo fuori del comune, e  quindi non dovrebbe stare a capo del Comune”. Come dire che quella che pure era una virtù personale, faceva danni se trasportata all’interno di una struttura istituzionale.

Ma il pensiero di La Pira era ben lontano da simili confusioni. Se ripercorriamo le vicende del suo impegno politico, vediamo come egli mise progressivamente a fuoco l’importanza decisiva da attribuire alla giustizia in una “architettura cristiana dello Stato”. Nello scritto del 1945 avente questo titolo, l’ispirazione cristiana è riferita principalmente al rispetto della “natura” e dei diritti dell’uomo, ed alla configurazione istituzionale della società. Poi l’impegno di La Pira si tradusse nella partecipazione alla Costituente, nell’assunzione del Sottogretariato al Lavoro, nell’elezione a Sindaco; ed allora il tema della giustizia prese il sopravvento.

Nel 1951 si tenne un convegno dell’Unione Giuristi Cattolici sul tema “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”, a cui parteciparono i massimi giuristi dell’epoca, con relazioni di Dossetti, Moro, Amorth e La Pira. Quest’ultimo, incaricato della relazione conclusiva dal titolo “Cristianesimo e Stato”, abbandonò il testo predisposto e parlò a braccio, con spontaneità e passione, mettendosi “da un punto di vista assolutamente pratico”; e suscitando così un vivace dibattito che lo vide contrapposto ai personaggi più autorevoli, come Carnelutti e Santoro Passarelli.

La Pira riportava la sua esperienza di sindaco di una grande città nel dopoguerra. A Firenze – diceva – ci sono cinquecento sfratti e nemmeno una stanza disponibile; nelle liste di collocamento sono iscritti almeno quattromila disoccupati; l’otto per cento della popolazione ha il “libretto di miserabilità”. Poi – aggiungeva – “la sera vado a letto. Come?”. E descriveva il suo cambiamento interiore: abituato a preghiere accurate ed ad un esame di coscienza sul proprio comportamento personale, “adesso sono diventato di una coscienza più dura…”. “La sera – continuava – affiora nel mio esame di coscienza questa popolazione che aspetta di avere la casa, di avere un lavoro dal quale dipende la sua vita fisica e spirituale, o di avere la streptomicina… Questo esame di coscienza si sposta da me agli altri”. Mi sono accorto – proseguiva – “che si trattava di una patologia del sistema nazionale e internazionale, un grande fatto che ha una sua logica, una struttura, una sua terapia. E quindi la sera non posso fare a meno di certe riflessioni… Torno a guardare lo spettacolo durante il giorno e poi penso al giudizio finale”.

Infatti, l’interrogativo “che cosa hai fatto di fronte all’affamato, all’ammalato, al pellegrino?” acquista una valenza più ampia per chi si trova di fronte ai drammatici problemi di tanta gente, con responsabilità politiche o civili di diverso livello. Del resto, sono gli stessi cittadini a ricordarlo a chiunque abbia queste responsabilità. La Pira immaginava un dialogo con un disoccupato: “Lei è un Sindaco?” “Sì” “Deputato?” “Sì” “Anche sottosegretario” “Sì” “E allora, perché non si spara se non è capace di darmi lavoro!”.

Dare giustizia, dunque, diventa non solo una virtù, ma un obbligo giuridico, a fronte del quale esiste una vera e propria pretesa di chi ha il corrispettivo diritto. Dunque non si tratta unicamente di adeguare il proprio comportamento personale, ma di creare una “architettura” dello stato che tenga conto, non soltanto delle libertà individuali o comunitarie, e della configurazione istituzionale della nazione (come poteva apparire nel 1945), ma anche e soprattutto delle esigenze sociali. 

“Ora lo Stato, questa architettura giuridica che è lo Stato, non si proporziona più alla realtà sociale, secondo quello che il Vangelo direttamente o indirettamente detta. Vi sono cose nuove: l’occupazione, la casa, i bisogni familiari, il pane. Per tutti: non c’è niente da fare, sono cose nuove, e a queste cose nuove bisogna proporzionare un abito nuovo”. Ma, avvertiva La Pira, questa esigenza riguarda tutta la comunità umana, dovunque esistano persone umane da rispettare: “Questa è la dimensione mondiale del problema… Cristianesimo e stato: il cristianesimo che abbraccia il mondo intero, nessuna creatura esclusa”.

Appare di grande interesse vedere come l’obbligo morale della carità, sentito da La Pira fin dalla giovinezza – l’esperienza della Messa del povero di San Procolo risaliva agli anni trenta - , venga sviluppato, sulla base dell’esperienza del dopoguerra, nell’obbligo giuridico della giustizia. L’imperativo è sempre lo stesso: è quello sottinteso negli interrogativi del giudizio finale. Ma la risposta, che è chiamato a dare chiunque abbia occasione e possibilità di affrontare i problemi collettivi, diventa diversa e più ampia. Si tratta di intervenire concretamente sulla “architettura” dello Stato, e poi su quella della comunità internazionale, perché le “pretese” di ciascun affamato, ammalato o pellegrino ricevano risposte quanto più possibile adeguate e complete.

Ecco perché la giustizia fuoriesce dal “foro interno” per esigere azioni politiche e istituzionali. E perché la giustizia induca “fame e sete”, ossia azione effettiva, tenace ed appassionata.

Non si tratta di una illusione integralista di creare il paradiso in terra, ma della ineludibile necessità di porsi di fronte a urgenze sempre più drammatiche a cui nessuno può ormai sottrarsi. Una realtà, dunque, che non riguarda solo i cristiani o chi sia dotato di una determinata sensibilità morale, ma la società intera, e la sua “architettura”, fondata su principi condivisi di rispetto della persona umana, e concretizzata in regole, provvedimenti e decisioni. Se quindi egli requisiva le ville vuote, o bloccava i licenziamenti del Pignone, o premeva sui governanti per la pace nel Vietnam, non esercitava semplicemente la carità, bensì adempiva al suo dovere di politico e amministratore di cercare di adeguare le strutture nazionali o internazionali alle esigenze intrinseche della giustizia.

Una analisi esauriente del pensiero di La Pira a proposito della giustizia richiederebbe naturalmente la disamina di una grande quantità di scritti, di interventi, di atti politici ed amministrativi, a livello cittadino, nazionale e mondiale. Non è escluso che una tale analisi sia già stata tentata, o sia oggetto di studi in corso o di futura pubblicazione. Ma è sembrato utile soffermarsi su questo primo aspetto: sottolineare cioè come l’impegno della giustizia, pur non identificandosi con la manifestazione della carità verso il prossimo, nasca dalle medesime esigenze morali, e tuttavia diventi attuale ed urgente di fronte alle problematiche poste dalla realtà sociale; e come, quindi, coinvolga tutta la realtà istituzionale indipendentemente dalla qualificazione ideologica dei suoi attori.

Non si tratta di sottolineature nuove, e forse si può pensare che non valga la pena soffermarsi ancora una volta su di esse. Ma, guardano il panorama internazionale di questi tempi, non ci si può sottrarre all’impressione che, viceversa, il mondo sia attraversato da tendenze del tutto opposte.

Recentemente è stata riportata dalla stampa di ogni paese una frase pronunciata – non privatamente – dalla persona che aspirava al ruolo più potente del mondo: My job is not to worry about those people. Si tratta del candidato alla casa Bianca Mitt Romney, che esprimeva così la convinzione che il suo compito non sia quello di occuparsi di “quella gente”, ovvero del 47% della popolazione statunitense che, a suo dire, non paga tasse e conta sugli aiuti pubblici.

Questa frase appare l’opposto speculare di quello che, secondo La Pira, caratterizza l’atteggiamento del cristiano (o comunque dell’uomo di buona volontà) che si trovi in vario modo impegnato in politica o nella società civile. Egli, come si è visto, riteneva che il suo compito, cioè la sua funzione, il suo obbligo giuridico, fosse quello di dare casa, lavoro, cure mediche a chi ne sia privo. Un obbligo non eludibile; se non ci riesce, gli diceva - paradossalmente - l’ipotetico disoccupato, si spari (ossia, smetta di fare il sindaco, o qualunque altra mansione pubblica).

Viceversa, in questa esternazione riferibile a chi conta di assumersi le massime responsabilità del pianeta, il discorso viene rovesciato: chi è senza risorse – those people – si pone automaticamente fuori dalla sfera di interesse del governante, il quale assume un job, cioè una missione, limitata agli interessi degli individui economicamente rilevanti. Il fatto che quella persona non sia estranea agli ambienti ufficialmente cristiani (mentre il suo vice è addirittura qualificato dalla sua appartenenza cattolica) convince senza dubbio della necessità di riscoprire la testimonianza di chi ha cercato di trovare nel Vangelo le ragioni del suo impegno politico o civile. E così trovare anche le radici della virtù civile della giustizia.