Il concetto di crescita tra obiettivi e obiezioni (di Piero Tani)

 

È opinione largamente diffusa e continuamente riproposta che, per uscire dalla crisi, l’Italia ha bisogno di “crescere”. Non sono sicuro che la parola sia stata scelta bene, anche se il contenuto può essere  accettato se con “crescita” si intende: la diminuzione della disoccupazione; la riduzione della precarietà nella caratterizzazione dei contratti di lavoro; il consolidamento del sistema delle imprese, con la individuazione e la realizzazione di una adeguata collocazione nella divisione internazionale del lavoro nell’attuale assetto della globalizzazione e nei suoi progressivi aggiustamenti; e, ultimo ma non meno importante, la partecipazione dell’Italia – quale Paese fondatore e membro autorevole dell’Unione Europea – alla ripresa del cammino dell’Europa verso una più forte unità politica.

Ma la realizzazione di questi obiettivi – e in particolare quanto è collegato alla individuazione di che cosa e come le imprese italiane possono produrre per partecipare con successo alla competizione internazionale – richiede notevoli cambiamenti strutturali, mentre la parola “crescita” è stata tradizionalmente associata all’idea di un sistema che si espande mantenendo sostanzialmente invariata la sua struttura produttiva. Image

Inoltre, parlare di crescita espone alle obiezioni di chi, con buone ragioni, si preoccupa del problema della sostenibilità: le risorse disponibili nel nostro mondo limitato non consentono infatti una espansione indefinita e molti sono i segni che annunciano come questo limite si faccia già sentire. Anche senza aderire del tutto alle tesi della “decrescita” (auspicabilmente) felice, molti si chiedono se puntare genericamente sulla crescita non contrasti con questo genere di difficoltà.

D’altra parte, se è statisticamente verificato che la realizzazione degli obiettivi di cui sopra si accompagna spesso con un aumento del PIL – e, quando si parla di “crescita”, in definitiva si intende proprio questo – una tale correlazione non è necessaria, e neppure sufficiente (l’aumento del PIL non garantisce una diminuzione  della disoccupazione e ancora meno una diminuzione della precarietà). Inoltre, utilizzare le variazioni del PIL per stimare le entrate fiscali e quindi l’andamento dell’avanzo primario nei conti della Pubblica Amministrazione, e ancora di più quello del rapporto deficit/PIL, costituisce una semplificazione utile, ma non esclude relazioni più complesse, che utilizzino indicatori diversi e più disaggregati. 

Se poi la crescita del PIL deve servire a rassicurare circa un andamento della domanda interna capace di assorbire una maggiore produzione realizzata dalle imprese, resta quanto meno da tener conto di come il reddito si distribuisca: non sono pochi gli economisti che ritengono che tra le cause della attuale crisi vi sia anche la minor domanda di beni sviluppatasi a causa di un aumento nella disuguaglianza della distribuzione del reddito.

Se mettiamo insieme le questioni di cui sopra – la disoccupazione, il ruolo da assegnare alla domanda interna, la disuguaglianza, la necessità di ridisegnare la struttura della nostra produzione in modo da confrontarsi efficacemente con la competizione internazionale in entrata e in uscita e, infine, il problema della sostenibilità – credo che il problema si presenti troppo complicato per esprimerlo solo in termini di “crescita”. Ancora un volta, Giorgio La Pira ci può suggerire una buona idea di metodo per affrontarlo in modo più adeguato.

Ne L’Attesa della povera gente (par VIII), La Pira parla della necessità di “pianificare” gli interventi, e invita a non aver paura di questa parola: “Non bisogna lasciarsi impressionare dalle parole: «pianificare» significa mettere ordine, orientare verso uno scopo. (…) il Vangelo soccorre: chi vuol costruire saldamente una casa e chi vuol fare efficacemente una guerra (qui: guerra efficace alla disoccupazione ed alla miseria) deve «pianificare» la propria azione affinché essa dia un risultato felice (Lc XIV, 28)”. Quando, nell’aprile del 1950, scriveva così, La Pira aveva bisogno di rassicurare chi leggeva di non voler proporre dei piani quinquennali di tipo sovietico. Oggi non c’è bisogno di precisare che si deve trattare di pianificazione «indicativa»: così la si definiva negli anni Sessanta, per sottolineare che la pianificazione proponeva alla società e all’economia nazionale un percorso possibile, del quale erano verificate le compatibilità e all’interno del quale potevano svilupparsi con qualche maggiore sicurezza le decisioni degli organismi pubblici e privati, in particolare delle imprese. Credo tuttavia che, pur con queste precisazioni, anche oggi la parola possa suscitare preoccupazioni; eppure, io sono dell’opinione che proprio la complessità del problema che ci sta davanti e le potenziali contraddizioni che contiene rendano opportuna una procedura di questo tipo.

Inutile sottolineare il peso che oggi presentano non solo l’incertezza per molti aspetti della situazione che sfuggono alle possibilità di controllo della politica, ma anche i condizionamenti che la partecipazione all’Unione Europea (e ad Eurolandia in particolare) e il contesto di globalizzazione pongono a tutti i soggetti economici, stati compresi. Ma, sull’altro versante, non vanno trascurati gli effetti che la predisposizione di un piano – specialmente se realizzata con procedure partecipative – può determinare in direzione di un recupero di consapevolezza di tutte le componenti della comunità nazionale verso l’idea di un bene comune da realizzare insieme.

 

Piero Tani, economista  (Fondazione La Pira, Giugno 2012)

 

Commento di Nicola Oliva, consigliere comunale a Prato, e successiva replica di Piero Tani (entrambe Dicembre 2012) 

La prima reazione fu di grande delusione alla lettura de "Il concetto di crescita tra obiettivi e obiezioni" del Prof. Piero Tani pubblicata sul sito della Fondazione La Pira. Adesso, a distanza di mesi, credo sia bene tornarci su per discutere sulla fondatezza delle ipotesi che reggono certe affermazioni che ormai si danno per comunemente accettate e prese per vere. In premessa, intendo subito presentare la mia tesi: ci troviamo dinanzi ad un deliberato attacco della finanza speculativa diretto contro i popoli, le democrazie, gli Stati nazionali, il Lavoro ed il concetto stesso di sviluppo. Non c'è giorno che il piano inclinato non porti cattive 'nuove' sul come e quanto tagliare la sanità, le pensioni, la scuola. Non v'è alternativa, ci viene ripetuto ogni volta.

Coerentemente, Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, sta inviando urbi et orbi messaggi minacciosi; è del febbraio scorso l'intervista al Wall Street Journal in cui afferma che il modello di stato sociale europeo è ormai superato, trattandosi di un lusso che non ci possiamo più permettere. La bellezza della testimonianza di Giorgio La Pira merita di esser diffusa e fatta conoscere in questo tempo di forte ingiustizia sociale, ma occorre allontanare da noi il rischio di travisare e alterare del tutto il messaggio lapiriano.


Crescita

Memore delle parole di Paolo VI «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», non comprendo il sofisma sul termine “crescita”. Davvero il Prof. Tani, che ha insegnato alla Facoltà di Economia di Firenze, non ha chiara la differenza profonda che passa tra un'economia al servizio dello sviluppo dei popoli ed un'economia che alimenta bolle finanziarie ed è pronta a far pagare il conto dei salvataggi bancari ai cittadini una volta che quelle bolle scoppiano? Eppure lo stesso Tani si dichiara apertamente a favore di un'economia orientata a finanziare infrastrutture moderne e d'avanguardia così da generare ricchezza reale e diffusa. Come può Tani confondere il modello di sviluppo reale (come per l'Italia del dopoguerra) con la crescita illusoria del Pil frutto della finanziarizzazione dell'economia? Nell'Europa del dirigismo al contrario si è fissato un principio davvero capriccioso: si privilegia la pianificazione delle bolle speculative - la Bce interviene con forti iniezioni di denaro a tassi irrisori per salvare il settore finanziario - ma si praticano condizioni di credito assai poco convenienti agli Stati e alle imprese produttive private. La questione centrale verte sul ruolo del credito, in Europa siamo guidati da banche centrali indipendenti e da banche private, ma il sistema è tecnicamente collassato; l'alternativa è un sistema autenticamente creditizio, che affida allo Stato il ruolo di indicare lo sviluppo per il conseguimento del bene comune.


Europa e superamento della pace di Westfalia

Questa osservazione mi porta a contestare un secondo punto del ragionamento del Prof.Tani, ed è relativo alla piena adesione che oggi La Pira avrebbe dato all'idea degli Stati Uniti d'Europa. Quanto sta avvenendo in questi anni indica la precisa volontà di scardinare il sistema degli stati sovrani per ricondurli sotto l’ombrello di uno Stato europeo che è disposto a infliggere ai propri cittadini ogni tipo di sofferenza, forzando politiche di deflazione, riducendo la spesa pubblica e trasferendo il potere a livello sovranazionale. Pare che ci stiano riuscendo se, di nuovo lui, Mario Draghi, nelle settimane passate, intervistato da Der Spiegel ha ammesso che gli Stati "non hanno capito di aver già perso la sovranità da molto tempo perché sono pesantemente indebitati e questo li rende dipendenti dal buon volere dei mercati".

Per completare il disegno politico, necessitano di eliminare alcuni ostacoli: la rimozione dello Stato nazionale è il loro principale obiettivo. Con opera menzognera hanno fatto passare il sillogismo stato nazionale = egoismo, che stride fortemente con la prospettiva cristiana di La Pira, che già nella rivista Principi delineò in modo chiaro. Chi nei secoli scorsi sognava forme oligarchiche di organizzazione sociale (come l'Europa unita) ha interesse a condurre una campagna di disinformazione che contrasta con la verità storica: gli stati democratici e "davvero" liberi non hanno mai avuto interesse ad entrare in guerra. In breve, in Europa la fazione liberista invoca il superamento del Trattato di Westfalia del 1648 che pose fine alla cosiddetta guerra dei trent'anni.

La ragione è evidente: la pace di Westfalia sancisce il principio cardine del bene comune: la pace tra le nazioni sovrane deve tener conto dell'interesse altrui. In altre parole, con Westfalia si preferì la cooperazione alla competizione, quest'ultima sì che porta invece a guerre, distruzione e povertà; l'enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI rappresenta un testo chiave nel delineare il rischio rappresentato dall'assenza di regole che finisce con l'assoggettare la politica ai capricci delle forze economiche per giungere, infine, a mettere in guerra (finanziaria, politica, sociale) gli stati, gli uni contro gli altri, per l'avidità di alcuni. E noi, domando, non siamo forse gli spettatori passivi di questo processo in corso?

Simili e coerenti riflessioni le ritroviamo sviluppate nel Codice di Camaldoli, si tratta infatti di un autentico Manifesto antiLiberista che dovrebbero rileggere in tanti, a cominciare dai mondialisti-cosmopoliti cattolici nostalgici del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che fu assai critico nei confronti di Enrico Mattei, Alcide De Gasperi e del Sindaco Santo. In termini attuali, chi chiede il superamento di Westfalia ripropone lo scontro tra repubblica e impero. Ecco la ragione per cui i liberisti/cosmopoliti/mondialisti sono per il superamento della pace di Westfalia: costoro capiscono che lo stato nazionale è di ostacolo all'affermazione della visione imperiale che è propria di una società globalizzata, con mercati aperti e flussi di merci, di persone, di denari che girano liberamente senza patria, senza dover render conto ad alcuno.

La concezione imperiale è nemica di Westfalia, ma non deve sorprenderci: quest'Europa si regge su fondamenta liberiste. Mi sorprende invece che oggigiorno una gran maggioranza di cittadini sia disposta a stracciare la nostra amata Carta Costituzionale immolandola sull'altare della divinità dei mercati aperti che non danno fiducia agli Stati sovrani.


Decrescita e sostenibilità

E' esplicito il rimando alle teorie del reverendo anglicano Thomas Malthus, di Bertrand Russell, di Aurelio Peccei e del Club di Roma. La teoria della decrescita, profondamente antiumana e anticristiana, estremizza il principio entropico del regno inorganico per costruire una gabbia per l'umanità, condannata alla progressiva distruzione. Non è infrequente imbattersi nell'utilizzo del concetto di 'bomba demografica' al fine di legittimare il controllo delle nascite per la riduzione 'dolce' della popolazione mondiale: che cos'è se non anticristiana e antiumana una tale ideologia? La Pira a questo pessimismo cosmico avrebbe opposto la fiducia nelle capacità dell'umanità ed avrebbe invitato a guardare al corso della storia della Chiesa e dei popoli nel mondo. JF Kennedy e La Pira, a differenza di questi (falsi) profeti (di sventura), con un approccio totalmente contrario, che potremmo definire umanistico e progressista, immaginavano una Alleanza planetaria per la colonizzazione dei pianeti del sistema solare. Al confronto con i tristi ragionieri monetaristi formalisti e cartesiani, la loro figura svetta splendidamente.

C'è da rabbrividire al leggere che cosa propongono i nemici dell'umanità: "Cercando un nuovo nemico contro cui unirci, pensammo che l’inquinamento, la minaccia dell’effetto serra, della scarsità d’acqua, delle carestie potessero bastare… Ma nel definire i nostri nemici cademmo nella trappola di scambiare i sintomi per il male. Sono tutti pericoli causati dall’intervento umano… Il vero nemico, allora, è l’umanità stessa". Club di Roma, The First Global Revolution, 1991.


Sistemi creditizi sovrani in netta opposizione ai sistemi monetari

La decrescita (in)felice è figlia del nichilismo, espressione del pessimismo verso la natura creativa dell'umanità. Essa si salda con le ragioni dei difensori dei sistemi monetari: desiderano limitare le risorse per controllare lo sviluppo e indirizzarlo a loro piacimento; tengono in vita un sistema finanziario degenerato ma non muovono un dito per giungere in soccorso di famiglie, imprese produttive e stati. E' una forma di colonialismo più spinto e più raffinato. Non confidando nella ricerca scientifica che consente di migliorare la tecnica per consumare meno e meglio i beni di questo mondo, negano ogni possibilità di sviluppo possibile. Attenti al proprio ombelico, indirizzano ogni sforzo per limitare lo sviluppo altrui e derubano il futuro di interi popoli e intere generazioni. 

Per contrasto ecco le parole di La Pira, che rispose così ad un giornalista che lo accusava di fare troppe spese per il Comune di Firenze, dimostrando di aver compreso il significato della leva del credito produttivo: “Una sciocchezza, io sono responsabile di una sola cosa, di non aver fatto per la mia città i debiti che le altre città hanno fatto per il loro incremento. Sono un imbecille!". Come non notare in quelle sue parole l'analogia con la parabola evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci? In conclusione, la tradizione lapiriana va sostenuta, va fatta conoscere per renderla popolare. E' un invito alla Fondazione La Pira a spendersi senza risparmiarsi per venire incontro alle attese della povera gente. A Prato siete i benvenuti per un ciclo di incontri e iniziative.

 

Replica di Piero Tani

 Mi dispiace aver suscitato delusione. E devo ringraziare il dottor Oliva per aver argomentato le ragioni di questa delusione. Questo mi aiuta a riflettere sulle mia idee, a precisare meglio quello che intendevo dire (credo infatti che su alcuni punti ci sia stato fraintendimento), a prendere atto della presenza di opinioni diverse dalle mie, cercando di difendere meglio queste ultime; le quali, peraltro, sono opinioni personali, che non coinvolgono la Fondazione Giorgio La Pira. Dico subito che non riesco a concordare con la tesi che apre l’intervento di Nicola Oliva. Sicuramente oggi siamo di fronte ad attività speculative e vi sono agenti sufficientemente forti da condizionare i mercati a loro favore; ma non riesco a credere che questa speculazione sia organizzata da un’unica centrale con l’obiettivo di abbattere “i popoli, le democrazie, gli Stati nazionali, il Lavoro ed il concetto stesso di sviluppo”.

Discutere sull’idea di crescita non mi pare inutile. Intanto crescita non è sviluppo. Crescita non è neppure la fase di ripresa di un ciclo economico. Oggi poi si identifica crescita con aumento del PIL, laddove questo evento si può verificare senza che aumenti l’occupazione, senza che la distribuzione si faccia più equa, senza che si riduca la precarietà. In questo senso esprimevo l’idea che l’obiettivo giusto oggi non è tanto genericamente la crescita, ma piuttosto “la diminuzione della disoccupazione; la riduzione della precarietà nella caratterizzazione dei contratti di lavoro”; eccetera. Non capisco dunque da cosa Nicola Oliva deduca che confondo “il modello di sviluppo reale con la crescita illusoria del Pil frutto della finanziarizzazione dell'economia”. È proprio perché la crescita, misurata dall’aumento del Pil, può essere illusoria rispetto ai veri problemi che ho contestato l’opinione diffusa che per uscire dalla crisi, occorre e basta che l’Italia “cresca”.

Quanto all’Europa, non mi pare di aver scritto che “oggi La Pira avrebbe dato piena adesione all'idea degli Stati Uniti d'Europa”. Cerco di non congetturare su opinioni che persone ora defunte avrebbero sui fatti di oggi. Ho scritto invece dei “condizionamenti che la partecipazione all’Unione Europea (e ad Eurolandia in particolare) e il contesto di globalizzazione pongono a tutti i soggetti economici, stati compresi”. Di questo sono infatti consapevole e non mi pare cosa buona: ma mi auguro che venga superata da un avanzamento dell’Europa verso una più piena unificazione politica – cioè verso una stato Europa – e non dall’abbandono dell’Europa (e/o dell’euro) da parte dell’Italia. È vero che uno stato nazionale non necessariamente persegue politiche egoistiche; tuttavia, oggi mi pare che gli stati europei manifestino posizioni di egoismo nazionalista che potrebbero costringerci anche a rinunciare all’unificazione europea. Non riesco però a vedere questo evento come un fatto positivo, né da un punto di vista economico né da un punto di vista politico. La proposta di un accordo internazionale che riprenda in epoca moderna lo spirito del Trattato di Westfalia è affascinante, ma non capisco perché non possa riguardare un’Europa stato federale come uno dei suoi attori. Non si può negare che, dopo l’avvio del processo di unificazione, nello spazio della Comunità europea non si sono più verificati conflitti armati. D’altra parte, nella logica del chiudersi entro le proprie frontiere, resta il problema su dove fissiamo queste frontiere: Italia, macroregioni, regioni, province, comuni,…

Parlando di crescita, a me sembra che sia giusto tener conto delle preoccupazioni di chi ritiene che la crescita incontri sempre più gravi problemi dal punto di vista della disponibilità di risorse. Può darsi che queste preoccupazioni siano infondate (a me non pare proprio, e basterebbe la questione ambientale a segnalarlo), ma in ogni caso la “speranza cristiana” non c’entra. Non si può confondere la speranza con l’ottimismo, con la spensieratezza, con una fiducia illimitata nelle possibilità promesse dalla scienza. Di Kennedy e di La Pira ricordo proposte più belle che l’”Alleanza planetaria per la colonizzazione dei pianeti del sistema solare”. Inoltre non sono affatto convinto che la preoccupazione per un futuro incerto da un punto di vista delle risorse disponibili sia strumento “dei difensori dei sistemi monetari”, di quanti “desiderano limitare le risorse per controllare lo sviluppo e indirizzarlo a loro piacimento”. A me pare piuttosto il contrario, e cioè che l’ottimismo e il “negazionismo” rispetto a questi problemi – molto diffusi tra economisti e politici main stream – muovano dal desiderio che non si cambi l’attuale funzionamento del sistema economico globale, che non si introducano pericolose regole, che non si facciano “piani” che vincolano la libera iniziativa e il funzionamento automatico dei mercati. Io non aderisco alle posizioni di Latouche e più in generale alle tesi della decrescita, perché mi pare che se si parla di “decrescita” si resta nella stessa logica della “crescita”, privilegiando cioè la “quantità” (e con misurazioni anche illusorie) rispetto all’esigenza di cambiare in modo più strutturale le variabili principali della nostra economia.

Nell’intervento del dottor Oliva ci sono cose su cui concordo, anche se le esprimerei in termini diversi (ognuno ha la sua sensibilità e la differenza di età conta): credo anche io che il ruolo del credito sia una questione centrale; che lo Stato debba “indicare lo sviluppo per il conseguimento del bene comune” (io parlavo in questo senso della esigenza di una pianificazione); che le posizioni antiliberiste del Codice di Camaldoli offrano utili insegnamenti per l’oggi. Può darsi che la delusione sia nata dal fatto che io non ho trattato problemi che Nicola Oliva ritiene molto più importanti. Ma non si può parlare sempre di tutto. L’obiettivo del mio piccolo articolo era tutto nel sostenere l’esigenza di una qualche forma di “piano” per verificare la compatibilità delle politiche intese ad affrontare i differenti - e a volte contrastanti – problemi che ci troviamo di fronte.