Bassetti: intervento a Spes Contra Spem 4 a Palermo

IV Convegno Nazionale Giorgio La Pira

Spes contra spem

Palermo 13-14 Ottobre 2017 

 

Giorgio La Pira e la Città

di 

                                                 S. Em. Card. Gualtiero Bassetti

 

Cari amiche e cari amici,

vi ringrazio di cuore dell'invito che mi dà modo di conoscere le associazioni e i gruppi che nel territorio nazionale sono impegnate, attraverso molteplici attività, a “far fruttare” l'eredità lapiriana. In questi ultimi anni, e ancora più in questi mesi, ho riflettuto spesso sulle vicende fiorentine del tempo di La Pira che possono essere comprese, in un certo qual modo,  attraverso il binomio indissolubile del  pane e la grazia.

Dai suoi scritti ho individuato quattro “passaggi” attraverso i quali, mi pare, La Pira abbia tradotto nel governo della città di Firenze, il binomio del pane e della grazia. Li elenco perché – una volta poste due piccole premesse – costituiranno l'ossatura del mio discorso: la concretezza, la bellezza, la cultura e l'unità.

La prima premessa riguarda il fatto che La Pira sia stato uno “sperimentale”. Firenze, non fu una “vetrina” per le sue azioni internazionali, ma il laboratorio dove sperimentare alcuni “principi operativi”: quelli fondamentali della Costituzione repubblicana, quelli economici che si trovano in L’attesa della povera gente  e, infine, i principi della sua inedita e in fieri civiltà cristiana.  

La seconda premessa è questa: La Pira, nella sua azione politica e amministrativa ha saputo e voluto interpretare alcune aspirazioni profonde della città. L'azione politica seguì, infatti, un apprendistato lento, durato più di venti anni, che gli permise di entrare in profondità nel tessuto sociale, culturale, popolare della città; mi riferisco al tempo del suo impegno in una miriadi di gruppi dell'associazionismo cattolico, nelle Conferenze di San Vincenzo, l'appuntamento settimanale della Messa di san Procolo, l'insegnamento universitario, e poi la partecipazione attiva alla rete di aiuto e protezione agli ebrei perseguitati e, da ultimo, alla presidenza – dalla fine del 1944 – dell'Ente Comunale di Assistenza. Una lenta gestazione dell'impegno politico, che permise al futuro Sindaco di Firenze di arrivare, come direbbe papa Francesco, “là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi” e di raggiungere “con la Parola di Gesù i nuclei più profondi e l'anima della città” (cfr. Evangelii Gaudium, 74).

La Pira, quindi, non fu un ideologo nel senso deteriore del temine. Egli aveva dei principi forti, delle idee, anche delle intuizioni, ma non le caricò sulla città a prescindere dal suo tessuto concreto: la sua proposta per Firenze interpellò, infatti, una cultura profonda della città. Quando, per fare un esempio, La Pira decise di dare la cittadinanza onoraria a don Giulio Facibeni, non fece altro che dare rilievo civico e politico al fatto che i fiorentini, credenti e non credenti, avevano già riconosciuto come dimensione autentica della vita della città quella particolare esperienza di carità cristiana vissuta.

Ovviamente a Firenze non c'era solo la Madonnina del Grappa, e la cultura della carità cristiana non era unica né prevalente. Infatti, la grandezza del La Pira politico sta nell'essere riuscito a dare valenza politica alle culture solidali, aldilà delle divisioni ideologiche, che pure erano feroci. Questo gli diede la forza, genuinamente politica, per requisire le case e per occupare le fabbriche. Altrimenti questa forza non l'avrebbe avuta.

Ecco che il primo passaggio della proposta politica con cui La Pira intese tradurre il binomio indissolubile del pane e della grazia è già introdotto: la concretezza. Il 5 luglio 1951, nel discorso programmatico, durante un animato consiglio comunale, il neo Sindaco di Firenze “fondava” il primo punto del suo programma amministrativo nella “pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili”[1]. Allo stesso tempo, affermava che per ottemperare a questo obiettivo non si sarebbe limitato a fare tutto ciò che le risorse a disposizione gli avrebbero consentito, ma avrebbe proporzionato le risorse ai bisogni. Proporzionare i beni ai bisogni significò oltre che mobilitare importanti risorse pubbliche, coinvolgere l'intera città. La concretezza di La Pira si espresse – come sapete bene – su tutti i campi del sociale: dalle medicine al latte, distribuito quotidianamente nelle scuole per integrare la dieta, in molti casi inadeguata, dei bambini di Firenze; dalle case requisite, alla costruzione dell'Isolotto; dalla lotta contro i licenziamenti di massa, alla nazionalizzazione del Pignone e della Galileo.

Oltre a ciò, durante la prima amministrazione La Pira, fu anche rifatta la pavimentazione del centro, furono costruiti i ponti distrutti dalla guerra, riorganizzato il trasporto pubblico, elaborato il piano urbanistico. Insomma, quando, nel 1965, la stagione lapiriana venne forzosamente chiusa, nessuno avrebbe potuto accusare La Pira di non aver realizzato concretamente il programma del 1951. Anzi, le realizzazioni lapiriane hanno qualcosa dell'incredibile già al 1954. Proprio in virtù di questa concretezza, rifiuto di applicare a La Pira la categoria del “sognatore”. Se tutti i sognatori fossero come La Pira, oggi le nostre città avrebbero ben altri strumenti per aggredire le povertà che, oggi, sono tornate ad essere, drammaticamente, delle vere emergenze sociali.

In quel programma, tuttavia, c'era un ulteriore obiettivo che ci racconta qualcosa del secondo “passaggio” necessario per rendere politicamente operativo il binomio del pane e della grazia: ovvero la bellezza. 

Firenze rappresenta nel mondo qualcosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell'uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell'aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degli uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l'attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali[2]

Anche se non ne può prescindere, la politica non si può fermare al pane. L'uomo, infatti, ha sete di bellezza: è capace di contemplare la natura ed è, egli stesso, immagine e somiglianza di Dio, artefice di bellezza. La bellezza dice che il valore dell'esistenza umana trascende la pura materialità. Il significato profondo della persona umana, infatti, va ben oltre ciò che si può mangiare e ciò che si può “monetizzare”. Il materialismo, secondo La Pira, negando la sete di bellezza nega il valore dell'esistenza e della dignità umana. Attenzione però, La Pira denuncia due materialismi: il materialismo ateo delle ideologie comuniste che comprimono la libertà e impongono un sistema oppressivo ed estremamente precario e quindi destinato a non durare; il materialismo pratico delle ideologie liberiste che reprimono la sete di bellezza costringendo alla angosciosa lotta quotidiana per la sopravvivenza o creando falsi bisogni consumistici.

Contro questi due materialismi, la bellezza della città sarebbe rimasta muta, non avrebbe potuto costituire un centro di attrazione per le nazioni e di diffusione dei valori universali, se Firenze non fosse stata anche la città del pane per tutti. L'autentica bellezza di una città è cioè da intendersi come sinergia della bellezza, della gratuità e della trascendenza con un tessuto sociale, produttivo e politico in grado di garantire una vita degna della sete di bellezza che è racchiusa in ogni creatura.

Tuttavia la bellezza non si inventa dal nulla, ma la si riceve. Ed eccoci al terzo passaggio con cui La Pira agì per realizzare la civiltà del pane e della grazia: quello della cultura. Nel 1954 il Sindaco di Firenze fu invitato a Ginevra, presso il Comitato della Croce Rossa Internazionale, a tenere una relazione sulla difesa delle popolazioni civili delle città in caso di bombardamento atomico. In quella sede, il Sindaco sostenne che gli Stati non hanno diritto di distruggere le città perché esse non appartengono alle generazioni presenti, ma a quelle future[3]. Occorre infatti garantire la continuità storica delle città per consegnare, accresciuto e arricchito, “un patrimonio essenziale, per l'elevazione spirituale e materiale dell'uomo[4]. La cultura, per La Pira è essenzialmente ricezione creativa della tradizione (artistica, tecnica, politica, religiosa...): questa tradizione è depositata nelle città, distruggerne una vuol dire rubare alle giovani e alle venture generazioni la possibilità di acquisire conoscenze essenziali relative all'arte del fare bene le cose e a quella di conoscere il mistero della vita. Non siamo, infatti, angeli e la trasmissione della cultura, dei saperi, ha bisogno di strutture. La città è esattamente questa articolazione di strutture che servono a trasmettere la cultura che in esse si sedimenta e si accresce. 

Tuttavia – e vengo al quarto passaggio quello dell’unità – una città da sola, non basta, anche se si chiama Firenze, perfino se si chiama Roma o Gerusalemme. É evidente, infatti, che se la città è articolazione di strutture per la trasmissione creativa della cultura umana, la città non si può mai dare come monade, come microcosmo isolato. I monumenti stessi, le architetture, testimoniano che la cultura si forma e si sedimenta attraverso la scambio,  l'interculturalità. Tutte le città, quindi, piccole e grandi, costituiscono una sola articolazione di strutture che permettono la trasmissione e la crescita delle culture, ciascuna con la sua specificità e quindi ciascuna essenziale, irripetibile irrinunciabile.

Ma allora le città hanno una capacità di unirsi che gli stati non possiedono. Anzi, esse hanno il dovere di organizzarsi per vedere rispettato il loro diritto di non essere distrutte. Possono e devono agire su scala internazionale in forza del loro diritto all'esistenza. Esiste, cioè, una sorta di jus ad pacem che le città detengono e che devono esercitare. Di qui la convocazione, a Firenze, nel 1955, del convegno dei Sindaci delle capitali del mondo. Il protagonismo delle città negli scenari internazionali avrebbe potuto e dovuto costituire un elemento fondante del nuovo sistema internazionale reso necessario dall'impossibilità della guerra nucleare e dal superamento della funzione tradizionale degli stati all'interno di un sistema economico interdipendente.

Quindi, concretezza, bellezza, cultura e unità come passaggi attraverso i quali costruire la civiltà del pane e della grazia, la civiltà della liberazione e della solidarietà.

Cari amici questa è una visione di concretezza che per La Pira aveva un orizzonte preciso, entro il quale è necessario inquadrare il suo discorso sulla città, se lo si vuole comprendere nella sua completezza; ma oserei dire, per un credente, se lo si vuol comprendere nella sua perenne e al tempo stesso urgente attualità.

L'orizzonte è quello del capitolo 21 dell'Apocalisse: la Città Santa che discende dal cielo. L'eternità, il nostro comune destino, è una Città: è un fatto sociale!

Visioni fantastiche? No: modello soprannaturale, celeste, ma reale, della città terrena; dell'unica città terrena della pace che siamo tutti chiamati a costruire per consegnare un mondo nuovo di giustizia, di fraternità, di grazia, di unità, di pace, di bellezza, alle generazioni venture![5]

Ebbene, care amiche e cari amici, gli anni in cui La Pira scriveva queste parole erano anni di grande speranza: gli anni di papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, del miracolo economico in Italia e della ricerca di un nuovo equilibrio di pace nel mondo. Una breve stagione, si potrebbe dire, interrotta drammaticamente nel sangue con la terribile guerra del Vietnam. Ma anche la Speranza e la beatitudine della fame e sete di giustizia come virtù politiche sono finite in quella stagione?

Sappiamo che per La Pira, la speranza non finì, ma lo accompagnò nella sua lotta anche nei lunghi anni, dal 1965 alla morte, della sua emarginazione. Speranze da visionario, si diceva. Nel 1973, quando alla primavera era seguito l'inverno, Giorgio La Pira ebbe a pronunciare – a Dakar, in occasione del Convegno della Federazione delle città unite – queste parole:

Inverno storico e primavera storica. Le due immagini sono state usate sin dal marzo 1958 da Pio XII e poi riprese e sviluppate da Giovanni XXIII e da Paolo VI, oltre che da altre grandi guide spirituali, culturali e politiche del mondo.

Inverno storico! Ma cosa significa politicamente militarmente, culturalmente, economicamente, ecc., questo inverno storico, rapportato alla presente età atomica, spaziale, demografica e sociale?

La risposta è espressa in maniera tanto significativa dal grosso titolo di un libro recentissimo di René Dumont Utopia o morte!

Queste parole ci interrogano ancora oggi e soprattutto ci scuotono l’anima. Credo che noi, uomini e donne del terzo millennio, dobbiamo risvegliarci da un certo torpore in cui siamo sprofondati negli ultimi decenni. Anni in cui ci siamo voluti illudere che assieme al tramonto delle ideologie fossero finite anche le “emergenze storiche”. Ma non è così.

Oggi noi viviamo in un grande “cambiamento d’epoca”, un eccezionale mutamento storico che ci obbliga a stare svegli, a guardare lontano e ad assumere una prospettiva globale, pur restando ben ancorati alla nostra storia, alle nostre tradizioni e ai nostri luoghi. Da questo punto di vista, la visione profetica di La Pira è di fondamentale importanza: per la Chiesa e l’Italia.

«Nulla può esser capito di Giorgio La Pira – come disse il Cardinal Benelli nel giorno delle esequie – se non è collocato sul piano della fede». La sua vocazione politica, infatti, è il frutto maturo della fede e rappresenta il fulcro vitale della sua «vocazione sociale». L'impegno politico per La Pira è dunque «un impegno di umanità e santità» che deve «poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità». La carità e la politica si fondono, in La Pira, in un legame inscindibile.

E lo stesso legame tra carità e politica è al centro della predicazione di Papa Francesco. Nella Evangelii Gaudium il Papa ha scritto chiaramente che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”. E recentemente a Cesena il Papa ha ribadito con forza che la politica non può essere asservita “alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi” ma deve avere come unico grande obiettivo “il bene comune” dell’intera società, senza lasciarsi tentare dalla corruzione e senza lasciare ai margini della società i piccoli e i poveri.

Solo con una politica che abbia veramente a cuore la dignità della persona umana e che utilizzi il “bene comune” come unico criterio di scelta, si possono trovare delle soluzioni responsabili e realiste alle grandi sfide del mondo moderno: ai temi dello sviluppo, del disarmo, della mobilità umana, della bioetica, della convivenza di culture e religioni diverse, degli equilibri ecologici.

Carissimi amici, non sarà il realismo dei materialisti a consegnare un “mondo migliore” alle generazioni future; non sarà certo il “realismo” di chi crede che tutto abbia un prezzo e che l'uomo vive solo di ciò che riesce a vendere e comprare; e non sarà, infine, il realismo dei fondamentalisti che, negando la bellezza di Dio, operano la più radicale ed atea negazione di Dio.

L'unico realismo che apre le prospettive alle generazioni future è quello del Vangelo delle Beatitudini e di chi non si stanca di avere un inesauribile fame e sete di giustizia!

 




[1]Giorgio La Pira Sindaco, I, (a cura di U. De Siervo – G. Giovannoni – G. Giovannoni), Cultura Nuova Editrice, Firenze 1988, 18.

[2] Idem, 33

[3] Discorso al comitato della Croce Rossa, 1954 Idem, 381-386.

[4] Discorso di apertura del Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo, 1955, in La Pira Sindaco, II, 104

[5]Giorgio La Pira, Costruire la città della pace, in Giorgio La Pira, Le città non vogliono morire, Edizioni Polistampa, Firenze 2015, 139-140.