5 Novembre 2015, 38° anniversario morte di La Pira: Omelia Betori

Messa in memoria del servo di Dio Giorgio La Pira

nel XXXVIII anniversario della sua morte

Basilica di S. Marco

5 novembre 2015

Giovedì della XXXI settimana del tempo ordinario (anno dispari)

(Rm 14,7-12; Sal 26; Lc 15,1-10)

 

OMELIA

La pagina della lettera dell’apostolo Paolo che la liturgia propone oggi come prima lettura indirizza verso il centro stesso della fede. Essere cristiani significa rapportarsi alla persona di Gesù Cristo in modo tale da spossessarsi del proprio io fino a orientare verso di lui tutta l’esistenza: «sia che viviamo, sia che moriamo», in vita e in morte, cioè fino alla morte. All’uomo ripiegato su se stesso e preda di un avvilente egocentrismo si propone l’alternativa di un’esistenza trasfigurata perché illuminata dalla persona di Cristo a cui ci si sottomette in piena libertà.

Di questo era ben consapevole Giorgio La Pira, che dalla fede in Cristo, dalla consegna di se stesso a lui, ha tratto il significato della propria vita e l’ispirazione di ogni sua scelta. Ancora giovanissimo, scriveva alla zia Settimia: «La finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il missionario del Signore: e quest’opera di apostolato va da me svolta nelle condizioni e nell’ambiente in cui il Signore mi ha posto». E trent’anni più tardi, all’amico Fanfani, spiegava così, in una lettera, la sua “strana” attività politica: «Vedi caro Amintore, io non sono un sindaco, come non sono un deputato o un sottosegretario. […] La mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo».

Ma per La Pira l’appartenenza a Cristo, vissuta con tanta intensità e pienezza, non si fermava alla propria persona: per lui Cristo è il perno intorno a cui ruota l’intero cammino dell’umanità. Lo scrive, in maniera chiara, sulla rivista Cronache sociali: «Se Cristo è realmente risorto – come lo è –, se la sua resurrezione gloriosa, pur essendo celeste, è anche terrena, la conseguenza è ineluttabile: gli eventi umani si collocano attorno a Lui – come attorno al loro centro – e si misurano con la forza divina di Lui».

Riconoscerci orientati a Cristo implica un’apertura senza riserve verso di lui, ma si compie solo nell’apertura senza riserve verso i fratelli. La prospettiva emerge, nel testo della Lettera ai Romani proclamato in questa liturgia, nell’invito a non farsi giudici gli uni degli altri. La riflessione di Paolo era nata infatti, all’inizio del capitolo 14 di questa Lettera, con la denuncia della divisione che si era creata nella comunità cristiana di Roma. Non entro qui nel merito delle cause di questa frattura; mi basta registrare che, secondo l’apostolo, la fraternità può essere rotta perfino facendosi scudo del nome di Cristo, in nome suo. Solo una completa consegna di sé a Cristo può mettere sulla strada dell’autentica edificazione nella fede. Possiamo cadere infatti nella tentazione di utilizzare Cristo per edificare se stessi. È quanto Papa Francesco ha più volte denunciato segnalando il pericolo di cadere vittime della mondanità spirituale, una tentazione che si oppone alla Chiesa “in uscita”, la Chiesa cioè che va in cerca dei segni della presenza di Dio nel mondo.

Di questa apertura è stato efficace testimone Giorgio La Pira, che anche nelle vicende più drammatiche del suo tempo, nelle guerre e nelle divisioni, cercava elementi di unità: «abbattere i muri, costruire ponti» era il suo principio ispiratore, ribadito in tante occasioni. In un’intervista del 1976 affermava: «Anche nel profondo della storia umana, così agitata nella superficie, vi sono delle grandi e misteriose correnti che trascinano in un senso ben preciso: verso l’unità e la pace. Bisogna saperle individuare».

Celebriamo questa Eucaristia in memoria di Giorgio La Pira mentre a Firenze sono riuniti sindaci di città di Paesi che vivono o hanno da poco vissuto in conflitto. Va ricordato che in questo scorrere della storia verso il porto della pace e dell’unità della famiglia umana, nel pensiero di La Pira un ruolo fondamentale è attribuito proprio alle città. «Le città – affermava in un discorso alla Croce Rossa, a Ginevra, nel 1954 – hanno una loro vita e un loro essere autonomi, misteriosi e profondi: esse hanno un loro volto caratteristico e, per così dire, una loro anima e un loro destino: esse non sono occasionali mucchi di pietre, ma sono le misteriose abitazioni di uomini e, vorrei dire di più, in un certo modo le misteriose abitazioni di Dio». E proprio a nome delle città colpite dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale La Pira faceva giungere il suo grido di pace: «Nessuno, senza commettere un crimine irreparabile contro l'intera famiglia umana, può condannare a morte una città!». Questo grido ha ancor oggi una sua tragica attualità per tutte quelle città ferite quotidianamente da attentati terroristici, guerre civili, forme di oppressione che limitano la libertà, civile o religiosa, di chi vi abita: anche oggi queste città possono gridare, con La Pira, che nessuno ha il diritto di ucciderle.

Tornando al testo dell’apostolo Paolo, ma anche alla luce delle parabole del vangelo di Luca, dobbiamo notare come una forma essenziale della totale consegna di sé al Signore e della disponibilità a riconoscerlo nel volto dei fratelli è la condivisione del cuore misericordioso di Dio, il quale non giudica nessuno perduto per sempre. Gesù mostra questo volto di Dio nelle parabole della misericordia. Questa misericordia non si pone confini e vuole abbracciare tutti. Ed è una misericordia che tocca ciascuno personalmente. Ciascun uomo e ciascuna donna sono una perla preziosa agli occhi e al cuore di Dio. Soprattutto quando sono poveri.

Sono convinzioni che guidavano Giorgio La Pira nella sua attività di sindaco: «Il nostro principio – affermava nel 1951, in uno dei suoi primi discorsi davanti al Consiglio comunale – è che nessuna persona a Firenze deve mancare delle cose più necessarie come il pane, il tetto, l’abito, la medicina». L’attenzione alle povertà materiali costituisce per La Pira il fondamento per consentire – soddisfatti i bisogni più elementari – «l’espansione integrale» della persona, rispondendo a un bisogno ancor più profondo: «Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza!».

E in tutto questo, ancora una volta è centrale l’importanza delle città. La Pira sapeva bene che ogni città è una realtà fatta anche di solitudini, povertà, lacerazioni sociali, famiglie distrutte. Ma era anche fermamente convinto che è nel tessuto delle relazioni della comunità cittadina che ogni persona può trovare il proprio compimento e la propria pienezza. La città, affermava inaugurando il nuovo quartiere dell’Isolotto, è «la casa comune destinata a noi e ai nostri figli». «Amatela quindi – esortava La Pira – custoditene le piazze, i giardini, le strade, le scuole. […] Fate, soprattutto, di essa lo strumento efficace della vostra vita associata: sentitevi, attraverso di essa, membri della stessa famiglia: non vi siano fra voi divisioni essenziali che turbino la pace e l’amicizia: ma la pace, l’amicizia, la cristiana fraternità, fioriscano in questa città vostra come fiorisce l’ulivo a primavera!».

Un auspicio che vorremmo possa diventare realtà per questa nostra città e per tutte le città del mondo.

Giuseppe card. Betori, arcivescovo di Firenze